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Roma 2015 – centro Baobab a Tiburtina. Emergenza migranti eritrei.

Dogane e Frontiere: di come le merci viaggiano e le persone affogano.

Scrivo queste righe per fare un appello: c’è bisogno di portare solidarietà ai migranti (soprattutto Eritrei) presso il centro Baobab di via Cupa, Roma (pressi stazione Tiburtina). Ci si può recare direttamente sul posto portando vestiti, cibo o medicinali e si troverà sicuramente qualcosa da fare. L’atmosfera è decisamente amichevole nonostante la situazione difficile. Naturalmente è un luogo in cui molte persono vengono per la prima volta a contatto con la nostra realtà, quindi un luogo di conflitto, tuttavia ben gestito e mediato. L’emergenza è rientrata ma c’è ancora da fare. La situazione presso il centro è gestita da volontari, ma, per sapere cosa portare ed essere informati, si possono seguire i profili Facebook di “Nuovo cinema palazzo” o “Libera repubblica di San Lorenzo“.

I ragazzi arrivati sono spesso in condizioni di malnutrizione e scarsa igiene. Hanno tra i 15 e i 25 anni per lo più, ma ci sono anche persone anziane e qualche bambino. Sono riscontrati casi di scabbia, ma comunque non è stato registrato nessun contagio in Italia, viste anche le caratteristiche della malattia, di difficile trasmissione e di facile cura (con una pomata). Sono svariate centinaia più di quelli che il centro potrebbe ospitare. Al Baobab si è allestito un presidio medico, una mensa e un magazzino per fornire vistiti di ricambio.

Riguardo il centro Baobab faccio mie le riflessioni apparse su questo articolo che ne delinea alcune ombre. Tra le luci, dico io, quella di essere l’unico centro autogestito dai migranti, pensato per i transitanti. Tra le luci anche la capacità dimostrata di aprirsi ed accogliere. Tra le ombre mi riallaccio all’articolo per sottolineare come a volte la presenza di questi centri e la loro capacità di accoglienza sia funzionale alla repressione di cui sono oggetto i migranti. Con la sua capacità di far sparire il disagio dalle strade, infatti, esso potrebbe rappresentare una giustificazione all’azione repressiva dello stato là dove nascono forme di aggregazione e resistenza consapevoli. Tra le ombre del centro, ricordiamo anche, l’essere stata la sede della famosa cena di Alemanno con Buzzi e Casamonica, venuta fuori durante l’inchiesta Mafia Capitale; anche se bisogna dire che il centro non risulta indagato. Resterebbe anche da chiarire se il centro prende o meno soldi pubblici per mantenersi.

Il suo direttore, Daniel Zagghay, in una video intervista dice di no. Tale particolare risulta importante per due motivi. Il primo riguarda la gestione dell’emergenza, la possibilità che qualcuno lucri alle spalle dei migranti in tale situazione. Il secondo apre un interrogativo su chi finanzia il centro.

Sul web qualcuno pare ventilare rapporti direttamente col regime eritreo. Qualcun’altro un collegamento con le rotte dei trafficanti di uomini. Per quanto riguarda questi ultimi non c’è molto da dire.

Per quanto riguarda il regime eritreo c’è una video inchiesta di Fabrizio Gatti, chiamata L’amico Isaias che ce ne ricorda alcuni tratti. Si tratta di una finta democrazia in cui il presidente, nominato da un’assemblea con funzione temporanea nel 1993, non ha mai indetto elezioni. Si tratta, cioè di una dittatura, di stampo tra l’altro militare. In Eritrea il servizio militare è obbligatorio, può durare tutta la vita (!) e impone di lavorare gratis per la propria patria. Nel frattempo la restante economia si basa esclusivamente su una scarsa agricoltura perche i ricchi giacimenti sono totalemente sfruttati dalle multinazionali occidentali (con il beneplacito del “presidente”) e nulla di quella ricchezza ricade sulla popolazione. Essenzialmente l’Eritrea si basa sugli aiuti economici di un mondo occidentale la cui colonizzazione non pare essere mai finita (vi ricordate di chi fù colonia l’Eritrea?).

Il regime da cui queste persone scappano, dunque, è possibile grazie al capitalismo. Anzi è necessario al capitalismo. Queste persone vi scappano e vengono a cercare rifugio nei paesi dove il capitalismo è di casa. Accoglierli è nostro dovere, oltre che loro diritto.

Perchè è anche colpa nostra.

 

P.S. Ribadisco che i volontari presenti in questi giorni al centro Baobab sono esterni al Baobab stesso. Sono lì per aiutare i migranti e i transitanti ed operano appoggiandosi alla struttura. Il centro inoltre è, genericamente, autogestito e uno degli scopi della nostra presenza lì deve essere di formare gli “ospiti” che arrivano all’autogestione.

P.P.S. Portate vestiti soprattutto da uomo, taglie piccole, biancheria e scarpe. Portate coperte e lenzuola. Portate medicinali, disinfettanti e pomate antiscabbia. Per la cucina prima chiedete perchè si rischia di accumulare cibo che va a male. Andate direttamente sul posto, da fare c’è e si respira una bella aria.

Qui le foto

Olocausto – la situazione degli Ebrei di Roma

“Scrivo questo articolo, memore di quanto avvenuto durante gli anni ’30 e ’40 del 1900, per denunciare la condizione degli ebrei in Italia oggi.

E’ in essere una condizione di discriminazione del popolo ebraico gravissima, del tutto simile a quella che ne precedette il genocidio, anni fa.

Dei circa 15 milioni di Ebrei presenti nel mondo, 130.000 vivono in Italia. Di questi circa 7.000 vivono a Roma, dove si registrano le situazioni di maggior disagio sociale. Gli Ebrei sono odiati da tutti e da tutti additati a nemico pubblico. Se ognuno ha le proprie antipatie, pare che tutti gli italiani siano daccordo nell’odiare gli Ebrei. Tutti li ritengono ladri e pericolosi a prescindere. A tal punto è radicato il pregiudizio sembra essere diventato ontologico. L’assioma ladro-Ebreo è da tutti riconosciuto come vero e non necessità prove. Talmente forte è questo sentimento anti-ebraico che questa popolazione è diventata il capro espiatorio delle frustrazioni di tutti per qualsiasi risentimento.

Tale pregiudizio causa una situazione di evidente segregazione concretizzatasi in una vera e propria frattura sociale la quale viene giustificata dagli italiani con la sentenza secondo la quale “gli ebrei non si vogliono integrare”. Gli Ebrei stessi dicono di volersi integrare, che io sappia, senza rinunciare alle loro tradizioni, che certamente non includono il malaffare! In generale sono rarissimi gli esempi di integrazione degli Ebrei, che non trovano posto nel mondo del lavoro, perchè nessuno li vuole. Non sono rari i casi di rivolte dei genitori quando un loro figlio capita in classe con un Ebreo. Particolarmente odiosa è poi questo astio degli italiani contro i bimbi Ebrei, che sicuramente colpe non hanno e che pure vengono visti come dei ladri in potenza, già marchiati dal loro destino di farabutti e quindi da schivare e da cacciare anche quando, ad esempio, entrano in un bar a chiedere un bicchiere d’acqua.

A causa della situazione di estrema povertà è facile vederli elemonisare o raccattare rifiuti dai cassoneti, vestiti di stracci e sporchi. Tale condizione, anzichè suscitare un moto di pietà, non si sa perchè, suscita un sentimento di disprezzo per il povero, in quanto probabilmente fastidioso alla vista. Tanto è stigmatizzato questo popolo che il cassonetto deturpato e i rifiuti lasciati sul marciapiede indignano gli italiani più della madre che ha cercato in quel cassonetto gli stracci per coprire il figlio. Certo, come tutti i poveri, molti di loro rubano. Ma a nessuno di loro questo rubare è perdonato, in quanto poveri. Essi dovrebbero lasciarsi morire di fame. In più, la loro condizione di reietti, già misera, è aggravata da una serie di leggende particolarmente odiose e infide, che li vuole segretamente ricchi o addirittura ladri di bambini. Tralasciando l’ignobile storia dei bambini (mai un caso riportato negli ultimi 30 anni) l’attenzione morbosa degli italiani si concentra su di loro quando si scopre che qualcuno di essi ha un cospicuo conto bancario o un auto di lusso. Dimenticano, gli italiani, che se si vive in una baracca non si pagano mutui e affitti e che accumulare denaro (in nero, perchè nessuno ti assume) è più facile. Dimenticano anche che se si è nomadi l’auto è un bene di prima necessità. Dimenticano, ad ogni modo, che possedere qualcosa, se non si prova che sia stato rubato, non è un reato; ma evidentemente gli italiani negano tale diritto agli Ebrei.

In generale queste popolazioni sono costrette a vivere ai margini delle città. Essendo popolazioni di tradizione nomade si è generata attorno ad essi una confusione subdola che li vuole rifiutanti la fissa dimora. Perciò questi vivono per lo più in baracche e campi in condizioni di emergenza sanitaria. In questi campi vivono solo persone della stessa etnia. Con leggi ad hoc lo stato italiano ha deciso di “aiutarli” secondo la logica dei campi e non secondo quella delle case popolari, anche per quelli che tra di loro sono cittadini ialiani; questo in aperto contrasto con la loro dichiarata volontà di integrazione. Attorno agli appalti per la gestione di suddetti campi si sono concentrati interessi mafiosi che hanno arricchito le tasche di pochi imprenditori collusi colla politica e che hanno fatto sì che la situazione nei campi degenerasse per la mancanza di servizi. Si vive senza bagni, in baracche in cui piove, cucinando all’aperto, in aree da cui nessuno porta via i rifiuti. Questa situazione è usata da molti politici per la propria campagna elettorale. In alcuni di questi campi la povertà è talmente alta che l’unica alternativa per gli abitanti è farsi pagare per far smaltire abusivamente a terzi rifiuti nel territorio del campo. Questo aumenta i rischi per la salute degli Ebrei che lì abitano e l’indignazione degli italiani che vivono nei paraggi e non sopportano il degrado di tali zone, in un circolo vizioso che si autoalimenta.

Daltronde chi vive in un campo non ha molte probailità di trovare lavoro: questi campi vengono costruiti o sorgono abusivamente in zone lontane dalla città. Gli Ebrei danno fastidio alla vista, tutti sporchi e schifosi come sono. Spesso, da quelle zone è difficile raggiungere il centro città perchè non ci sono mezzi di trasporto. Spesso, gli abitanti del campo rimangono per giorni interi nel campo, non riuscendo ad uscirne e non avendo un lavoro, in una condizione di progressivo degrado umano e sociale. La povertà dilaga. I servizi sociali mancano. Si sono registrati casi di bambine che accettavano di fare dichiarazioni contro il loro popolo, ad un giornalista, in cambio di 20 euro.

I media, in effetti, hanno una grave responsabilità in questa situazione, colpendo gli Ebrei quotidianamente con articoli infamanti in cui si confermano i peggiori luoghi comuni nei loro confronti, spesso senza fondamenti alcuni, oltre alle dichiarazioni degli stessi lettori ignoranti di tali giornali. Gli Ebrei, in effetti, fanno notizia ma solo quando rubano.

Altra grande responsabilità la hanno i politici, che nutrono il pregiudizio nei confronti degli Ebrei per poi sfruttarlo in campagna elettorale, considerando il popolo italiano sempre più impaurito e povero di strumenti critici. In questi anni abbiamo visto politici urlare di distruggere con le ruspe le baracche dove gli Ebrei vivono senza avvertirli, insultare gli Ebrei definendoli feccia in televisione, incitare gli italiani a farsi “giustizia da soli”. Tanto che molti ormai in Italia dichiarano di essersi armati e di essere pronti a sparare se un Ebreo dovesse entrare nella loro proprietà. A fronte di questa situazione tragica da un lato, pronta all’esplosione dall’altro, tutti sembrano aver scordato che gli Ebrei sono, in maggiornanza, di cittadinanza italiana.”

Ora sostituite alla parola “Ebrei” la parola “Rom” e avrete una fotografia della situazione dei Rom in Italia. Ma con la parola Rom, il sentimento di indignazione non scatta.

L’idea di questo articolo mi è stata data dalle parole di Carlo Stasolla, presidente dell’associazione 21 Luglio, ascoltate nel reportage Romanì de Roma.

Oggi, a Bologna, c’è stata la manifestazione nazionale delle popolazioni Sinti e Rom. Per quanto io provi a pensare che rubino e commettano tutto quello che gli viene imputato non riesco a immaginarli come la parte più forte del conflitto di cui, loro malgrado, sono protagonisti.

Calabria – Riace superiore

Negli ultimi 15 anni, grazie al lavoro dell’amministrazione comunale e dell’associazione Città Futura, nel piccolo borgo di Riace superiore (RC) si è sperimentato con successo un progetto di accoglienza migranti volto a ripopolare un paese altrimenti destinato all’abbandono. Tale progetto è rivolto a migranti di tutte le nazionalità, indipendentemente dalla regolarità burocratica, e volto ad inserirli attivamente nel tessuto urbano attraverso attività sociali ma anche attraverso il recupero di forme d’artigianato, locali o etniche.

In un vicolo incontro una signora liberiana che cerca di sbarazzarsi delle attenzioni di un vecchio del paese. Lui se ne va e saluta porgendo una mano che lei rifiuta di stringere. Le spiego, in seguito, che per noi è normale stringere la mano. Lei mi spiega che nella loro cultura è sconveniente.

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Primo Maggio. Ancora su migrazioni e sindacalismo. E sex-workers.

Dopo il Primo Maggio e le relative giornate di lotta portate avanti in varie città, col pensiero in particolar modo alla piazza di Torino e alle tensioni dello spezzone dei movimenti col PD e col suo efficientissimo servizio d’ordine (pubblico + privato), oggi vengo a sapere di un ulteriore passo avanti delle riforme in merito al lavoro, portate avanti dal governo nella direzione della precarizzazione.

Seguitando il parallelismo cominciato con il post precedente vorrei portare un altro esempio riguardante al modo in cui, è una mia teoria, alcune emergenze sociali vengano tranquillamente tollerate perchè abbassano gli standard di riferimento di un’intera categoria professionale. Nel caso specifico vanno a deleggittimare l’ipotesi stessa di categorizzazione professionale.

Mi riferisco alle sex-workers.

Il caso dei centri massaggio cinese, che coprono, neanche troppo, attività legate alla prostituzione, è molto interessante. Questi centri sono fioriti un po’ ovunque nelle città come nei centri minori. Partendo dalle priferie arrivano, nelle realtà più grandi, anche a lambire zone del centro storico, in cui gli affitti sono più alti. Al proprio interno lavorano ragazze sulla cui storia personale poco si sa, ma, bisogna dirlo, poco si vuol sapere, considerata l’attenzione irrisoria dello stato al fenomeno. A Bologna, ad esempio, ricordo il caso di un centro che venne chiuso, qualche anno fa, per un periodo, per poi tornare in attività. Il motivo fu proprio il fatto che l’attività di centro massaggi nascondesse offerta di prestazioni sessuali.

Ora, riguardo le lavoratrici di questi centri, non posso fare a meno che pensare al fatto che esse saranno quasi sicuramente ragazze incappate in questo lavoro perchè emigrate in cerca di fortuna. Inoltre posso immaginare le loro misere paghe e i loro inesistenti diritti sindacali. Le giornate interminabili passate al chiuso di uno studio senza finestre e i rarissimi giorni liberi. Eppure realizzo anche che queste ragazze fanno in qualche parte di un sistema lavorativo. Che non lavorano in strada ma in un locale con altre colleghe. In un ambiente quindi tutelato da aggressioni, ad esempio. Inoltre, la qualifica di massaggiatrice, dovrebbe consentire loro, in qualche modo, di avere riconosciuta una professionalità e di lavorare in regola.

A questo punto risulta stridente il parallelismo con le sex-workers italiane. Quelle tra loro che decidono liberamente di intraprendere la professione di lavoratrice del sesso, potrebbero avvantaggiarsi della libertà professionale propria delle lavoratrici autonome. Invece sono costrette a non vedersi riconosciuta questa possibilità, al doversi nascondere e spesso ad esercitare in strada, in luoghi magari isolati, esposte ai pericoli del caso. Nonostante i vantaggi derivanti burocraticamente dall’essere cittadine italiane esse vivono una situazione inversa rispetto alle loro “colleghe” cinesi. Inversa, nel disagio che accomuna entrambe.

Non vorrei essere frainteso: non sono un perbenista e non mi auguro che i centri massaggio cinesi vengano chiusi. Mi chiedo però se la tolleranza dello stato nei confronti di questi e il mancato riconoscimento professionale alle sex-workers italiane non siano diverse sfumature della stessa volontà di ostacolare la categoria professionale.

Verso il Primo Maggio: su migrazioni e sindacalismo

Siamo di nuovo alle porte del Primo Maggio e colgo l’occasione per fare qualche semplice parallelismo che ho in testa da un po’.

La celebrazione del Primo Maggio dovrebbe ricordare gli eventi del 1886 quando a Chicago la polizia sparò per ben due volte contro un corteo che manifestava per ragioni sindacali. A seguito di tali manifestazioni inoltre, l’anno successivo, 12 tra organizzatori e partecipanti agli scioperi vennero impiccati.

E’ chiaro che tutto ciò verrà tenuto come ogni anno lontano dalle retoriche che accompagnano l’evento a livello istituzionale. Il mondo del lavoro versa in una condizione melmosa e non per caso: la crisi stessa non basta a giustificare lo stato delle cose. La deregolamentazione (o nuova regolamentazione) che ci ha portato (parlo del caso italiano) nella merda in cui ci troviamo oggi, è cominciata molto prima. Tanto per ricordare un unico e significativo evento, la legge 30/2003 ha trovato, dopo la tragica morte di Biagi, pressoché nessuna opposizione. Ha preso anche il nome dal suo autore originale, nonostante sia poi in larga parte completata da altre menti “eccezionali”. L’opposizione ad una legge, che di fatto ha aperto le porte della precarietà in Italia, è stata perciò delegittimata alla radice, in quanto facilmente accostabile al gesto violento che ha posto fine alla vita del suo autore, in un clima di irrazionalità nazionale che mi lascia tutt’oggi perplesso, constatando quali sono le conseguenze (e dove i vantaggi) dell’omicidio.

La schifezza in atto nel mondo del lavoro in Italia trova legittimazione anche in altri processi. Nell’anno passato abbiamo assistito all’incidente della fabbrica di Prato in cui hanno perso la vita 7 lavoratori cinesi. Ebbene, personalmente, non credo affatto sia un caso che situazioni come quella dei lavoratori stranieri in condizioni che esulano ogni norma, passino sempre inosservate. In Italia (ma ovunque in Occidente) viene tollerata (voltandosi dall’altra parte) la presenza di industrie che impiegano lavoratori costretti ad una condizione sindacale/salariale inferiore alla media nazionale, perché la sola presenza di queste realtà rende la classe lavoratrice facilmente ricattabile. Essi stanno difatti lì a ricordare, a quanti hanno voglia di battersi per i propri diritti, che ci sono eserciti interi di lavoratori di ogni parte del mondo che mandano avanti sistemi di produzione a condizioni sindacali inferiori che non aspettano altro che l’occasione per entrare nel sistema produttivo italiano.

D’altra parte la de-localizzazione degli stabilimenti occidentali in zone del mondo con standard sindacali inferiori rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia. Il capitale esporta le sue aziende senza, naturalmente, garantire ai nuovi impiegati le condizioni sindacali dei vecchi.

Credo che i due problemi abbiamo due soluzioni, di difficile realizzazione, entrambe di vocazione internazionalista. Nel caso dei lavoratori stranieri in Italia infatti la sfida dei movimenti di lotta sindacale sta nell’attirare al proprio interno gli stranieri, magari che vivono una situazione di emarginazione, per aprire anche nelle loro coscienze la prospettiva di un miglioramento nel lavoro.

Il caso invece della de-localizzazione degli stabilimenti di produzione rende chiara la necessità di rafforzare le relazioni sindacali internazionali e l’esportazione di modelli sindacali stessi.

A caso su legalità e razzismo

Viene fuori un bel quadro, rappresentativo di alcune involuzioni della società, parlando degli avvenimenti di questi giorni. Mi piacerebbe partire dal seguente link, anche per dimostrare che non sono contrario alle istituzioni a prescindere. Pur con qualche dubbio, infatti, ho trovato in qualche modo importante questa dichiarazione di Marino:

Angelo Mai e famiglie sgomberate, chiesto il dissequestro degli edifici

In pratica un’azione della digos, su ordine della procura, scavalca l’amministrazione e butta in strada circa 70 nuclei familiari. A monte di tutto pare ci sia una denuncia. Non è il caso di perdersi dietro a capire chi sta dietro la denuncia, lo sappiamo benissimo e, pur senza prove, non ce ne stupiamo. Alcune forze retrive dello stato hanno sempre fatto conto su certe altre forze retrive esterne allo stato. Non è questo che ci interessa. Voglio solo rilevare come si sia arrivati ad avvallare azioni di marchio puramente polizesco/legalitario che scavalcano di fatto le autorità amministrative (politiche) con cui invece dovrebbero agire di concerto, quantomeno nella pianificazione delle conseguenze di un azione. Sgomberare occupazioni abitative senza concertarsi con il gabinetto del sindaco è illegale, ed è ragionevole che lo sia. Non spetta infatti alla polizia trovare rimedio alle conseguenze di uno sgombero. Un’azione violenta come l’esser buttati fuori casa (in via delle Acacie c’erano famiglie che vivevano lì anche da 4 anni) non può essere intrapresa senza un qualche piano di ammortizzazione, invece questa è la prassi anche nel caso di sgomberi concertati con l’amministrazione, figuriamoci negli altri casi. Spero quindi che vengano seriamente presi provvedimenti per quanto successo, ma ne dubito. Ne dubito principalmente perchè chi si è permesso di aggire come ha fatto lo ha fatto ben consapevole che oggi in italia la spinta legalitaria/manettara è forte e ben poche obiezioni vengono solitamente poste ad un intervento della magistratura. Ma vorrei indagare meglio il concetto di legalità.

L’acritica spinta verso l’ottenimento di giustizia è una delle tare più pesanti che ci hanno lasciato venti anni di governo berlusconi. L’uso del potere per fini così esplicitamente personali e il senso di frustrazione che ne è derivato ha creato due poli di reazione (grillini e piddini) accomunati dall’idealizzazione della legalità, non accompagnata da alcun senso critico e basata su una visione a-storica della legge stessa.

Questo fenomeno può prendere le pieghe più diverse. Abbondano infatti, ad esempio, nei vari social network gruppi che vanno in giro a denunciare illegalità scrivendo esplicitamente nomi e indirizzi o postando foto con volti e targhe di automobili, in presenza di fenomeni illegali. Il cittadino che, singolarmente, protetto dal suo scudo di senso civico, si erge a difensore del decoro e delle cause di buon senso, schierandosi con i tutori della legge, lo devo ammettere, mi sta sul cazzo di per sè. Ben più difficile è impegnarsi in associazioni, ad esempio, per risolvere un determinato problema. Ma la cosa veramente interessante da notare di questo fenomeno è il soggetto delle denunce: principalmente zingari, barboni, ambulanti, mendicanti, occupanti. Gli strati più bassi della società. Fa venire alla mente tutte le volte che mi è capitato di sentir parlare male degli zingari da parte di persone autodefinentesi di sinistra. A parte l’impossibilità di applicare la categoria “sinistra” a chi rivolge il suo sdegno agli strati più bassi della società, (mi dispiace, potete dire quello che volete: non siete di sinistra) verrebbe da concludere, in prima istanza, che anni di sfacciata illegalità di governo abbia portato le persone ad una sete di legalità in senso assoluto. Ma questo dato non può essere letto da solo.

La questione a mio avviso allarmante è il progressivo radicamento di tensioni e convinzioni razziste in persone apparentemente inconsapevoli. Prendersela con uno zingaro non sembra essere avvertito come razzismo, perchè ruba (di tutto, anche i bambini). Prendersela con un occupante neanche: non paga l’affitto. La dimensione della necessità è del tutto negata in favore di una dimensione di scelta del derelitto del proprio destino. Se sei rom (categoria) preferisci vivere in un campo piuttosto che in un appartamento. Se sei un occupante (categoria) preferisci svegliarti ogni mattina e sperare che non arrivino poliziotti in antisommossa a buttarti fuori di casa. Nel momento in cui si invoca un intervento della legge, d’altra parte, non ci si auspica un intervento sociale volto al cambiamento in meglio della situazione (altre spese per lo stato? pagando con i soldi delle mie tasse?). Daltronde che senso avrebbe: se tali categorie sono immutabili ogni sforzo per il cambiamento sociale è vano. Tutto questo non rappresenta una novità di per sè: rappresenta una novità da parte di persone sedicenti di sinistra. Non che mi sia mai interessato particolarmente quello che avviene all’interno del governo, ma in questo momento, oltre agli eredi di berlusconi (che di essere razzisti non fanno mistero) esso si divide in manettari/legalitari grillini e manettari/legalitari piddini. Gli uni credono che destra e sinistra non esistano più (cioè in pratica per loro gli strati bassi della società non esistono) gli altri credono che lo sgombero di un campo rom sia di sinistra.

pd rom

Peronalmente voglio precisare quella che ritengo una banalità: essere di sinistra avrà sempre senso finche il mondo sarà diviso in sfruttatori e sfruttati (con buona pace dei grillini). Essere contro un povero disgraziato non sarà mai di sinistra (con buona pace dei piddini).

In questo senso la legge diventa un valore assoluto, quando invece non lo è. Essa è un mezzo storico. Deve essere sottoposta ad analisi critica. Se così non fosse avremmo ancora le leggi romane. La legge stessa, inoltre, può correre il rischio di diventare un mezzo dell’agire politico: non tutto ciò che è legale deve per questo essere accettato. Quando ad esempio un ingiustizia trova la sua modalità di esecuzione nelle possibilità della legge che cosa succede? Saltando un po’ di palo in frasca nei vari movimenti di conflitto di questi giorni, ci possiamo spostare a Bologna, dove è in corso una mobilitazione contro le cooperative appaltanti lavori per grandi realtà. Abbiamo già parlato della granarolo. Ancora più recente è la manifestazione contro alcuni appalti dell’Unibo, ormai diventata in tutto e per tutto una delle aziende più potenti della città. Come spiega in maniera ineccepibile il video che segue, vi sono casi in cui un’ingiustizia può risultare del tutto legale.

Per questo motivo esiste la sinistra. Ma, aldilà della questione ideologica, rimane da affrontare un problema: come inquadrare il razzismo strisciante? Esso sembra essersi definitivamente spostato sulla questione economica e sull’emarginazione. Se ieri il problema erano gli stranieri, oggi sono gli stranieri che non hanno mezzi economici e che quindi arrivano in italia clandestinamente e finiscono magari in un lager. Se ieri davano fastidio i terroni, oggi sta più sul cazzo il barbone, che bivacca in strada. Quando rifletto su queste cose non posso non pensare ai numerosi progetti di speculazione di cui il partito di governo va facendosi portavoce: essi hanno come obiettivo quello della creazione di un mondo “cool”, di città vetrine, di turisti che fanno shopping e di un sacco di parole inglesi sparate a cazzo. In un ottica del genere è abbastanza chiaro che ci sono cose che danno fastidio alla vista: ad esempio gli emarginati. Rileggendo, in questi giorni, “NoLogo” di N. Klein (2000) mi ha impressionato la parte in cui descrive la politica di blair e del “new labour”. Trovo sia paradigmatico dell’ispirazione che ha portato al progetto pd. E il nostro attuale governatore è praticamente un blair italiano (più che un berlusconi 2.0). La politica del primo ministro inglese è stata quella di puntare tutto sull’immagine, di “marketingizzare” la politica. E a questo gioco il nostro si presta benissimo, avendo dalla sua imprenditori come farinetti, abili in comunicazione e che danno una spruzzata di sinistra al progetto. Nel momento in cui si costruisce Eataly, chi può accusarti di non essere di sinistra? Anche se per un maggior richiamo di turisti è necessaria qualche pulizia. In questo contesto il nostro attuale governatore sembra spaventare più dei precedenti: avendo alle spalle un nutrito gruppo di portatori di interesse nel voracizzare con le loro speculazioni i nostri territori, egli delinea la sua differenza con berlusconi principalmente per il configurarsi non tanto come un criminale, quanto come un’organizzazione criminale.

Non era mia intenzione parlare di governo (non lo faccio quasi mai e poco me ne importa). Sono finito a parlarne perchè trovo che esso sia inequivocabilmente legato al cambiamento sociale in atto, un cambiamento che, come abbiamo visto porta con sè razzismo verso i deboli e fiducia cieca nell’azione delle forze dell’ordine/magistratura. In effetti, se torniamo ad esempio a parlare dei fatti di Roma dell’altro ieri, risulta evidente il cortocircuito perverso tra un’azione polizesca che scavalca l’amministrazione e il clima politico, del tutto favorevole alle azioni polizesche come soluzione di un qualsivoglia problema. Il potere dato dalla politica alla polizia è aumentato perchè sempre di più le scelte politiche hanno e avranno bisogno della polizia per difendersi e affermarmarsi. Questo è noto. Ma vediamo che la polizia e la magistratura arrivano perfino al punto di scavalcare la politica. Se una cosa del genere accade è evidente che, chi ha preso la decisione, si sentiva autorizzato o quantomeno tutelato a farlo.

Per quanto riguarda invece i cittadini rimangono le considerazioni più amare. Se la spinta legalitaria può essere letta come reazione ad un’illegalità diffusa e palese, come si può giustificare questo mutamento di pelle del razzismo? Forse con la crisi e con la conseguente paura di impoverimento? Forse, all’inasprirsi delle condizioni, la società reagisce con un aumento di intolleranza verso le categorie a cui ci si sta avvicinando. O forse, semplicemente, il panorama culturale attuale è troppo povero per discorsi di solidarietà, che travalichino stereotipi consolidati.

Qualche pensiero sulla manifestazione meticcia di Bologna l’1 marzo

Questo primo marzo è stato un giorno dedicato ai diritti dei e delle migranti.

A Bologna, come in altre città, si è scesi in piazza per una giornata di lotta contro l’esistenza stessa di CIE e CARA, contro la legge Bossi-Fini e, più in generale, a favore della libera circolazione delle persone tra le nazioni e dei pieni diritti per tutti.

Il corteo si è svolto in maniera assolutamente pacifica tra il quartiere più meticcio di Bologna, la Bolognina, e piazza Maggiore, arrecando forse solo un po’ di inquietudine ai turisti, che in massa facevano la fila per vedere un’opera d’arte resa famosa da un film commerciale, quando hanno deciso di attaccare, sui poster che pubblicizzano la mostra, immagini delle condizioni dei reclusi nei CIE. In particolare immagini della protesta delle bocche cucite avvenuta nel CIE di Roma (Ponte Galeria) tra dicembre 2013 e gennaio 2014.

L’evento arriva in un periodo di fermento per vari avvenimenti che riguardano il diritto alla casa e al lavoro. Uguaglianza, casa e lavoro sono temi fondamentali nel campo dei diritti, del Diritto direi, se intendiamo il Diritto a vivere; e che in questi tempi siano sotto attacco la dice lunga sul periodo che stiamo attraversando.

– Per quanto riguarda il diritto alla casa Bologna è attraversata dalle stesse tensioni che attraversano tutta Italia e ho già parlato anche degli effetti benefici che questa nuova lotta avrà a mio avviso in termini di lotta al razzismo.

– Per quanto riguarda al lavoro si assiste ad un fenomeno molto simile e se vogliamo di portata maggiore o almeno, a prima vista, più maturo. Spero di aver modo di parlare presto del modo nuovo di stare fianco a fianco nelle lotte tra italiani e stranieri che si và esprimendo soprattutto nell’aria bolognese grazie ad esempio alla mobilitazione dei lavoratori della logistica ed in particolare al caso Granarolo.

In questo clima in cui forze ed esigenze diverse cominciano ad esprimersi assieme per trovare una direzione comune, Bologna chiama un corteo per stare affianco a chi vuole essere discriminato perchè non rispondente alle logiche burocratiche del potere. Il meticciato resistente che si và creando, l’ho detto e lo ripeterò ancora, è una delle cose più benefiche che ci potessero capitare.

“La nostra europa non ha confini” sarà alla fine, a mio avviso, lo slogan del corteo. Volendo si può sostituire “Europa” con “Mondo” ecc… e via dicendo perdendosi in speculazioni inutili.

Riguardo le questioni poste dal corteo quella più scottante riguarda l’esistenza stessa di lager legali. A proposito dei lager CIE bisogna semplicemente dire che essi sono dei carceri in cui esseri umani vengono reclusi senza che abbiano commesso nessun reato e soltanto perchè provengono da un’altra nazione. Bisogna ricordare che le persone che vi si trovano vengono lasciate nel più totale squallore e spesso e volentieri maltrattate, torturate e sedate con psicofarmaci da professionisti della psichiatria compiacenti. Bisogna anche far sapere che società private spesso lucrano accaparrandosi gli appalti per la gestione di questi centri ma garantendo un servizio che risulterebbe scarso anche per la gestione di un canile. Bisogna ribadire che non si può in nessun caso contenere e improgionare un essere umano arbitrariamente e non transigere anche su un altro fatto: che il “reato di clandestinità” non esiste. A proposito dei lager CARA si possono dire esattamente le stesse cose con l’aggravante che tali trattamenti sono riservati a persone richiedenti asilo.

L’unica differenza tra questi lager e quelli nazisti è che nei nostri non vengono commessi omicidi. In compenso il livello dei suicidi è comunque notevole.

Ebbene, nessuno di noi vorrebbe sentirsi condannare come noi ci sentiamo liberi di fare verso quelle persone che rimasero indifferenti ai lager durante la seconda guerra mondiale. E se venissimo a sapere di qualcuno che ha tentato a suo tempo di distruggerne uno, di far evadere i suoi prigioneri, non esiteremmo a definirlo un eroe: questo sono le istituzioni stesse ad insegnarcelo attraverso la scuola, attraverso il giorno della memoria e in molti altri modi come film e libri. Dovranno allora essere le stesse istituzioni a riconoscere che deve essere leggittimo qualsiasi atto (che non comprenda la violenza su persone e animali) volto ad abbattere e distruggere questi luoghi per restituire libertà a chi vi è capitato.