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Pensieri su Genova 2001

In questi giorni, a seguito della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, c’è un vociare ininterrotto su quello che è stato o non è stato il G8 di Genova 2001. Pochi ricordano il movimento che a quel G8 ha portato.

Nel 2001 si era in pieno fermento. C’era stato Seattle, c’era stato Porto Alegre e tutti avevano letto NoLogo. Il movimento No Global, o altermondialista, era un fenomeno forte, diffuso, consapevole e capillare. Dai licei fino alle punte più estreme dei professionisti e degli intellettuali si diffondevano idee ben precise di “un altro mondo possibile” da costruire.

Poi c’è stata Genova. Piazza Alimonda. La Diaz. Bolzaneto.

Per anni il movimento si è sfaldato. Diviso. Impaurito. Ognuno ha preso la sua strada. Ogni collettivo ha fatto la sua battaglia, cercando per lo più di non scomparire. Per riprendere il filo del discorso c’è voluto molto tempo e la crescente forza e determinazione dei movimenti contro le grandi opere, di lotta per la casa, per i diritti dei migranti… In larga parte, c’è voluta la crisi.

Scrivo questo articolo per mettere in chiaro un semplice concetto: a Genova c’è stata una responsabilità politica ben precisa, e parlare di Genova senza sottolinearlo è reazionario.

Ho letto una quantità di articoli disgustosi su Genova in questi giorni, ma quelli che mi hanno dato più fastidio non sono stati quelli palesemente fascisti dei paladini della polizia, ma quelli ipocriti e reazionari dei sedicenti democratici indignati con le “mele marce” della Diaz. Ho anche assistito ad una trasmissione televisiva in cui si condannava la vergogna degli avanzamenti di carriera dei responsabili di polizia all’epoca delle operazioni del G8, il tutto senza un accenno alla copertura che quelle azioni ha, quantomeno, permesso.

Io credo che questa sia ipocrisia.

Lungi da me difendere l’operato della polizia. La “macelleria messicana” non è definizione di noi compagni, ma che i poliziotti si siano comportanti in maniera schifosa è risaputo dal 22 Luglio 2001. Accusare adesso chi coordinò quelle azioni è, ripeto, ipocrita, e serve al sistema per un comodo scaricabarile, a distanza di 14 anni.

La Diaz e Bolzaneto, dove si è torturato senza pietà, sono stati atti premeditati della politica per mettere fine al movimento No Global e, in quanto tali, hanno avuto successo. Senza un’indagine sulle responsabilità politiche (italiane e non) non si va da nessuna parte, la ferità rimarrà aperta e gli intellettuali da prima serata non faranno altro che infettarla con discorsi devianti. Il problema della polizia italiana non consiste in “poche mele marce”: si tratta di una pianta velenosa in toto in quanto strumentale all’agire politico. Che poi la situazione sia aggravata dalla presenza al suo interno di fanatici della violenza è altro discorso.

Come buona pratica, termino col link di Supporto Legale: attraverso il sito si può donare per sostenere le spese legali di chi ha subito direttamente la repressione dello stato.