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Riguardo l’Industria dello Spettacolo – (la logica del debutto)

11 Dicembre 2011: A seguito di un incidente durante il montaggio del palco per il concerto di Lorenzo Cherubini a Trieste muore Francesco Pinna, 20 anni, facchino.

4 Marzo 2012: A seguito di un incidente durante il montaggio del palco per il concerto di Laura Pausini a Reggio Calabria muore Matteo Armellini, 31 anni, rigger.

Dopo qualche settimana di dibattito d’occasione l’interesse attorno alle vicende legate al mondo del live si è spento, e nulla pare cambiato. Per capire quello che intendo dire non serve essere del settore e neanche assistere ad un concerto: basta saper leggere il calendario di un tour, dal sito di un artista a caso. Anche se molte case di produzione hanno rarefatto le date, quando un artista si esibisce per un giorno solo in una location l’intero spettacolo viene montato a partire dalla mattina e smontato la notte, dopo lo show. Ci sono naturalmente eccezioni, ma questa rimane la regola nelle produzioni che, per dimensioni, lo consentono. Senza contare i casi in cui si debbano sostenere più show in giorni consecuti ed in città diverse, anche un solo giorno di lavoro a condizioni del genere vuol dire lavorare circa 14-16 ore.

La questione della “logica del debutto” è, a mio avviso, una questione aperta tanto quanto connaturata, nel pensiero corrente, al mestiere dell’operaio dello spettacolo. Sempre avvallata nel corso del tempo, dai lavoratori, dai datori di lavoro e dai sindacati.

I primi non mancano, ogni volta che possono, di farsi male da soli. Ed è così che, mescolata alla vanità dello status di “lavoratore dello show business”, si è insediata nella categoria una competitività basata sul machismo che rende di fatto impossibile un discorso sindacale/solidaristico.

I secondi, è evidente hanno tutto il vantaggio a massimizzare le ore di lavoro al giorno e nessun interesse ad ingaggiare, eventualmente, doppie squadre per uno stesso lavoro. La concentrazione di più date in pochi giorni, inoltre, è una delle caratteristiche che rende redditizio un tour, il quale, ricordiamolo, da dopo Napster, rappresenta una fonte di reddito fondamentale per le produzioni musicali.

Dai terzi è inutile aspettarsi qualcosa di buono se, come si può vedere qui, hanno fallito anche la recente occasione per sfruttare lo strumento del Contratto Collettivo Nazionale. In quest’ultimo Contratto, infatti, come accade da molto tempo, sono dettati dei tempi massimi di lavoro settimanali da rispettare (40 ore) ma vi viene specificato che a contare è la media annuale degli stessi. Questo non pone di fatto alcun vincolo a situazioni logoranti e potenzialmente pericolose, anzi ne facilita lo sviluppo fornendo ai datori di lavoro l’escamotage per giustificarli. Nessun accenno inoltre viene fatto riguardo ai casi di più date in giorni consecutivi in location diverse, il che, quando si parla di un lavoro che si svolge prevalentemente in tourneé, equivale ad evitare volutamente un argomento scottante.

Del nuovo CCNL (valido per i lavoratori associati ad una Coop; siamo in attesa del rinnovo di quello relativo agli scritturati per il teatro di prosa) se ne è già parlato qui. Ma a parte questo, non si levano molte voci, anche dall’interno, contro la “logica del debutto”.

A suscitare la voglia di scrivere queste righe, a me, che lavoro nel campo da pochi anni, è stata la costatazione che anche le produzioni teatrali di personalità televisive, diciamo, “intellettuali” o “impegnate civicamente” vengono fatte circuitare secondo la stessa logica. Giornalisti, scrittori, opinionisti, che, avendo scoperto il live come modo di arrotondare e promuovere i loro scritti, imbastiscono spettacoli semplici nella scenotecnica (quindi poca spesa, pochi operai e tecnici impiegati nella realizzazione) che girano di città in città non fermandosi praticamente mai più di un giorno. La curiosità riguarda dunque il sapere se questi non riescono a rendersi conto dell’industria che muovono e delle condizioni lavorative che genera, magari assorbiti dalle loro questioni “alte” o se ne siano ben consci e le accettino come facenti parte del loro stesso sistema. Un discorso per il miglioramento della società, come ogni discorso “impegnato” dovrebbe essere, può essere portato avanti tramite un carrozzone fatto girare da operai che lavorano 14 ore al giorno?

Cito personaggi del mondo intellettuale per poter così calare un velo pietoso sulle personalità della musica pop. A questi infatti, semmai dovessi porre una domanda chiederei: vi siete mai accorti che quando suonate un giorno a Milano e, il giorno dopo, a Roma, il palco e tutta la macchina gigantesca che lo sovrasta è la stessa? Da persone intelligenti (?) non è mai sorto in voi il dubbio che questo comporti tempi e condizioni di lavoro degne di biasimo? Non credete che, al di là delle vuote e retoriche parole che vengono fuori a cazzo quando capita una tragedia, debba essere messa in discussione la “logica del debutto”?

A questa domanda non arriverà probabilmente una risposta. Quindi, anzichè attendere invano, invito tutti a rileggere la lettera degli amici di Matteo Armellini alla Pausini:

“Signora Pausini,
apprendiamo dai giornali del “dramma” che l’ha colpita e della sua intenzione di dedicare a Matteo i suoi prossimi concerti.
Ognuno ha diritto ad esprimere il proprio lutto nelle forme che ritiene più opportune, ma aver letto le sue dichiarazioni, riportate persino sui giornali di gossip, non può non farci pensare che Lei, Matteo, non sapeva chi fosse. Certamente non è così che chi l’ha veramente conosciuto avrebbe scelto di ricordarlo.

Ci rendiamo conto che i meccanismi dello show business, di fronte ad una tragedia di questo genere, impongono di assumere un contegno simile di fronte ai media. Ma è proprio a causa dell’ambiguità di questo cordoglio che sarebbe opportuno che Lei evitasse di farsi portavoce di un dolore che non le appartiene. Forse dovremmo arrenderci ai meccanismi pubblicitari e lasciare che la strumentalizzazione mediatica ci scivoli addosso.

Ma non possiamo farlo, non possiamo perché vogliamo e dobbiamo rispettare il nostro dolore e quella che sarebbe stata la volontà del nostro amico.
Le chiediamo pertanto pubblicamente di astenersi dal dedicare a Matteo i suoi concerti, di non nominarlo, di lasciare il dolore a una dimensione privata.

Al di là degli aspetti penali, che competono alla magistratura, ciò che non emerge di questa tragedia è il grave problema che riguarda il lavoro. Lo show business, per massimizzare il profitto a ogni costo, impone ritmi frenetici e condizioni di lavoro aberranti a una categoria già di per sé frazionata e debole, il tutto per garantire sempre allo spettacolo di andare avanti.
Lei scrive nella sua lettera che si sente impotente, che non può fare niente per cambiare le cose; allo stesso tempo, Jovanotti invita a una riflessione su come migliorare il livello di sicurezza, senza che però alle parole seguano dei fatti concreti.

Noi al contrario riteniamo che Lei, come tutte le Star dello spettacolo, abbiate il potere e il dovere morale di cambiare qualcosa, per far sì che tutto quello che è accaduto non si ripeta. Gli artisti sono gli unici che possono permettersi di dire no.
Questo sarebbe un aiuto concreto e una dimostrazione di sostegno per quella che Lei chiama “famiglia in tour”, ed eliminerebbe il dubbio che da questa tragedia derivi solo pubblicità per il suo personaggio.

E’ il rispetto del silenzio che chiediamo.

Gli amici di Matteo