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Sardegna 2015 / A forza di essere vento

Reportage Sardegna 2015 | Di muralismo e streetart. Di spopolamento e accoglienza.

Parte 9 – Conclusione

A forza di essere vento (Fabrizio de Andrè)

A inizio 2015, ad Alghero (SS), l’associazione Asce, la Caritas e l’amministrazione comunale sono riusciti, grazie ad un finanziamento europeo e ad un lungo lavoro di mediazione culturale, a trovare una casa in affitto a tutti i Rom che da anni abitavano nel campo di Arenosu, nella zona della Fertilia. Il campo è stato perciò chiuso senza la necessità di uno sgombero coatto, cosa mai accaduta prima in Italia. (http://ilmanifesto.info/alghero-oltre-il-campo-liberati-tutti-i-rom/)

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Materiali consigliati riguardo la Sardegna:

I giorni di Lollove di Ignazio Figus e Virgilio Piras, 1996 (http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&id=485)

Materia oscura di Massimo d’Anolfi e Martina Parenti, 2013 (https://www.youtube.com/watch?v=O0FXWZ9T9ro)

Adiosu di Martino Pinna, 2013 (https://vimeo.com/75515031)

Banditi a Orgosolo di Vittorio de Seta, 1961

http://www.sardegnaabbandonata.it/

http://www.regione.sardegna.it/

Sardegna 2015 / Il tuo destino? diventare clandestino

Reportage Sardegna 2015 | Di muralismo e streetart. Di spopolamento e accoglienza.

Parte 8

Il tuo destino? diventare clandestino (Scritta con lo spray su un muro di Macomer)

Ad Elmas (CA), hinterland cagliaritano, sorge la struttura che ospitava un centro d’accoglienza per migranti. Questo posto, che a tutti gli effetti è un luogo di reclusione, era situato, in maniera evidentemente beffarda, all’interno di un aereoporto militare in disuso. Anche se le persone “ospitate” nel centro erano “libere” di uscire nelle ore diurne, la struttura, le condizioni, la mancanza di privacy nelle stanze e il grado di isolamento rispetto al resto del territorio facevano del CSPA-CARA di Elmas un luogo di reclusione e isolamento in tutto e per tutto, in cui non veniva garantità la dignità delle persone ma solo la loro sopravvivenza fisica. (http://www.sardiniapost.it/cronaca/reportage-dietro-le-sbarre-del-cara-di-elmas-i-sogni-dei-lussu-africani/). La buona notizia è che da novembre 2015 il centro è stato svuotato. Gli “ospiti”, però, sono semplicemente stati smistati in altre strutture presenti nella regione. La prospettiva da seguire dovrebbe ad ogni modo essere, a mio avviso, quella del completo superamente della logica emergenziale-assistenziale dell’accoglienza, in favore di attività di integrazione reale e diffusa.

Abbiamo visto, ad esempio nel reportage Calabria 2015 (http://bastaunosparo.noblogs.org/post/2014/10/17/calabria-riace-superiore/), come sia possibile, con molta determinazione, trovare soluzioni più degne al problema dell’accoglienza, favorendo i processi di integrazione e attivando meccanismi positivi per il territorio. In una regione come quella sarda, culturalmente vitale ma anche abbondante di luoghi e borghi in abbandono o in fase di spopolamento, prendere a modello esempi come quelli dell’accoglienza diffusa praticati in Calabria e Sicilia dovrebbe essere scontato e potrebbe rappresentare un catalizzatore economico e sociale per tutti quei posti, soprattutto dell’entroterra, lasciati sempre più spesso al loro destino.

FOTO

Ula Tirso (OR)

Ula Tirso (OR)

Ula Tirso (OR)

Ula Tirso (OR)

Ula Tirso (OR)

Ula Tirso (OR)

Santa Chiara del Tirso (OR)

Santa Chiara del Tirso (OR)

Santa Chiara del Tirso (OR)

Santa Chiara del Tirso (OR)

Perdasdefogu (NU)

Perdasdefogu (NU)

Perdasdefogu (NU)

Perdasdefogu (NU)

Perdasdefogu (NU)

Perdasdefogu (NU)

Osini (NU)

Osini (NU)

Gairo e Gairo vecchio (NU)

Gairo e Gairo vecchio (NU)

Gairo vecchio (NU)

Gairo vecchio (NU)

parte 2

Tratalias vecchia (CI)

Tratalias vecchia (CI)

Santa Chiara del Tirso (OR)

Santa Chiara del Tirso (OR)

Paulilatino (OR)

Paulilatino (OR)

Macomer (NU)

Macomer (NU)

Lago del Temo - Monteleone Rocca Doria (SS)

Lago del Temo – Monteleone Rocca Doria (SS)

ss292

ss292

Sardegna 2015 / Non è tutto loro ciò che luccica

Reportage Sardegna 2015 | Di muralismo e streetart. Di spopolamento e accoglienza.

Parte 7

Non è tutto loro ciò che luccica (Scritta con lo spray sul muro dell’ex manicomio di Rizzeddu, Sassari)

Il discorso riguardo l’uso politico dell’arte pubblica, marginale nel mondo del writing, assume invece una certa centralità per alcuni street artist. A Sassari (SS), ad esempio, l’associazione aliment(e)azione ha realizzato due “operazioni” riguardanti la street art, organizzate in una serie di eventi miranti a coinvolgere i cittadini e a focalizzare il loro interesse sui “luoghi di confine”, ovvero “zone di disinteresse dove il paesaggio rivela a tratti aree residuali in cui la natura cresce spontanea e non disciplinata da un’azione invasiva, e a tratti spazi abbandonati trasformati in depositi-discariche in seguito alla cessata attività dell’uomo”. (http://alimenteazione.tumblr.com/streetartepisodi). I due eventi, svoltisi nel 2011 e 2012, hanno portato prima gli artisti Blu, Ericailcane e Tellas a lavorare su un capannone abbandonato, in via Sieni, e, l’anno successivo, Blu, Ericailcane e Moneyless a realizzare opere di grande impatto sugli edifici di piazza Aldo Moro. In entrambi i casi le opere si affiancano alle scritte e al writing locale. Secondo le parole degli stessi organizzatori “il fine era quello di avviare un percorso d’arte che restituisse ai cittadini la dimensione del vissuto urbano, mostrando loro la possibilità di un’interazione diversa con il contesto in cui viviamo, e risvegliando l’immaginario collettivo assopito dagli slogan delle multinazionali”. Proprio per questo l’associazione ha rifiutato la modalità agglomerante del festival in favore della pianificazione di una serie di eventi distribuiti nel tempo e legati, nello spazio, al contesto sociale in cui le azioni venivano a svolgersi, affiancando, alla realizzazione delle opere, la pratica del trekking urbano, la distribuzione di kit di sopravvivenza urbana e lo svolgimento di assemblee aperte, in spazi pubblici, riguardo temi artistici e sociali. Gli spazi in cui gli artisti sono andati ad operare, infatti, sono spazi di periferia. Riguardano, a volte, case popolari che si trovano, come nel caso di piazza Aldo Moro, nelle vicinanze di fonti di inquinamento elettromagnetico che rendono particolarmente alte le incidenze tumorali nel quartiere. Altre volte riguardano edifici recuperati dall’abbandono e occupati, sui quali si vuole gettare una luce per sensibilizzare la parte meno abbiente della popolazione riguardo i temi del diritto alla casa. Nelle opere ritroviamo i temi di maggiore criticità riguardo il territorio sardo: l’inquinamento, le servitù militari, la sudditanza rispetto al governo italiano, non a caso accompagnati dalla raffigurazione della bandiera con i quattro mori.

Dall’altra parte dell’isola, a Cagliari (CA), possiamo ritrovare intenti ed esperienze simili. C’è innanzitutto da dire che, riguardo i fermenti artistici, l’arte pubblica e la sperimentazione sociale, il capoluogo sardo sembra assumere un ruolo di rilievo nel panorama nazionale ed europeo. Non è un caso che, entrando in città, proveniendo da Quartu Sant’Elena, un graffito di grandi dimensioni dichiara “Cagliari is my NYC”. All’opera di writing, assodata nell’hinterland in paesi e frazioni come Selargius (CA), Sestu (CA), Dolianova (CA) e lo stesso Quartu Sant’Elena (CA) si è affiancata più di recente un’intensa attività artistica portata avanti, soprattutto in centro, da streetartist come Tellas, Crisa e La Fille Bertha, solo per citarne alcuni. Questo fermento ha trovato un momento di apice nella realizzazione della Galleria del Sale (http://www.cagliariartmagazine.it/galleria-del-sale/), che sorge nei pressi dello stadio, incastonando le opere realizzate nel bel mezzo delle scritte di ispirazione ultras dei paraggi.

Tra gli artisti presenti alla Galleria del Sale c’è anche Enea AC, uno dei più interessanti dell’area sassarese. Questo si pone stilisticamente in una posizione di passaggio tra il writing e la street art, fedele alle tecniche pittoriche e all’attitudine del primo (bombing, lettering…) ma capace di esprimersi tematicamente nella produzione di opere più complesse, che sembrano portare ad un punto di contatto le due discipline.

Nel quartiere Pirri, periferia Cagliaritana, ha preso vita, grazie alla volontà dell’associazione Domus de luna, l’esperienza di ExMè (http://www.domusdeluna.it/), un centro di aggregazione giovanile che catalizza attorno a sè ragazzi e adolescenti del quartiere impegnandoli in attività e laboratori gratuiti. ExMè si è insediato nei locali dell’ex mercato di quartiere, da tempo lasciati all’abbandono e diventati luogo di spaccio, ristrutturandoli del tutto e riqualificando la zona. L’Associazione Domus de luna ha coinvolto nel progetto decine di writer e street artist, in maggioranza sardi, e il casolare è ormai totalmente ricoperto di murales e sorge nel bel mezzo di una periferia piuttosto anonima e priva di servizi. La cosa interessante dell’operazione è che i murales vengono, nella maggior parte dei casi, realizzati come progetto finale di un laboratorio in cui gli artisti coinvolgono i ragazzi e li spingono a decidere temi e soggetti da rappresentare. I ragazzi stessi inoltre dipingono e si cimentano nelle varie tecniche che ogni artista gli propone. Quello che ne risulta è uno spazio-continuum di colori-forma, realizzato attraverso le tecniche più disparate, intervallato dai tentativi dei ragazzi, che inseriscono nei murales i loro messaggi. E’ così che si possono trovare scritte come “Pirri regna” o “Sconvolts” intervallate da pezzi d’autore, e questo pare proprio rispecchiare l’essenza di ExMè, dove tutto viene pensato per una fruizione partecipativa (non solo i laboratori artistici ma anche quelli musicali, teatrali, sportivi ecc….), in “un’isola” nel mezzo della periferia cagliaritana. Tra gli artisti più coinvolti nel centro ci sono Crisa, Skan, ManuInvisible, La Fille Bertha e Ufoe, per farne un elenco incompleto.

Un altro esempio cagliaritano di recupero positivo di un locale abbandonato, sebbene totalmente diverso per pratiche e fini, è Sa Domu, lo studentato occupato in centro. In questo posto, come spesso accade nei posti del genere, hanno trovato casa, oltre a decine di studenti che non potevano permetterselo, anche parecchi murales. Ad esempio quelli di Casciu/Tellas, Il Carbonauta, Skan, La Fille Bertha e del collettivo Volkswriter, tra i tanti. Lo studentato nasce come atto politico, di un’assemblea di studenti, riguardo il diritto allo studio e prende spazio nei locali di una ex scuola, abbandonata da tempo. Questi, ben consapevoli che la loro attività debba articolarsi attraverso un laboratorio permanente e aperto, piuttosto che attraverso la mera gestione di uno spazio fisico, hanno dato vita ad una serie di attività sociali e di riflessione politica sul diritto allo studio, aperte alla cittadinanza. Di queste riflessioni se ne può trovare traccia in un dossier (qui un estratto: http://www.infoaut.org/index.php/blog/culture/item/15044-una-domu-po-casteddu), autoprodotto di recente, in cui, a meno di un anno di occupazione, i ragazzi tracciano un bilancio delle loro attività e disegnano un profilo (abbastanza preoccupante) della situazione italiana riguardo la reale possibilità di formazione delle classi più povere. Nel libretto si parla esplicitimante della scelta di chi decide di non emigrare, nonostante le difficoltà e dell’intenzione di “rappresentare uno strumento politico per combattere l’emarginazione sociale e allontanare i giovani dalle sostanze stupefacenti”. Vi si prende inoltre chiaramente posizione in merito alle questioni dei fondi dedicati al diritto allo studio e alle politiche abitative svolte dalle istituzioni in Sardegna, pubblicando cifre e resoconti e indicando i principali progetti di speculazione edilizia in atto in città. Ma, se le attività e le riflessioni del collettivo sono l’anima del progetto Sa Domu, l’edificio che i ragazzi hanno liberato ne è la struttura che ne permette l’esistenza. I murales svolgono qui una funzione importante testimoniando la vitalità artistica che passa attraverso lo studentato e rendendo prezioso il luogo che ospita le esperienze politiche che vi si svolgono. A volte, come è stato nel caso di Xm24 a Bologna, il murales di Blu (http://ilovexm24.indivia.net/), possono essere uno degli strumenti con cui si portano avanti le battaglie e le rivendicazioni legate al diritto a rimanere in un posto che si è strappato all’abbandono.

Attorno l’area di Cagliari ci sono numerosi paesi notevoli per quanto riguarda la presenza storica del muralismo. Due di questi sono Villamar (VS) e Serramanna (CA). In quest’ultimo, in particolare, l’attività muralistica fù molto intensa a cavallo tra i ’70 e gli ’80 anche grazie alla Brigata Muralista Salvador Allende, formata da esuli cileni, che sviluppò un arte fortemente connotata politicamente, figlia dello stesso clima culturale orgolese, ma diversa stilisticamente. A Serramanna infatti si produssero murales di più grandi dimensioni e dalla forte caratterizzazione drammatica. Uno dei temi più ricorrenti era l’avversione antimilitarista verso l’occupazione di terre a scopo militare, situazione tuttora irrisolta.

Un altro paese fondamentale per la storia del muralismo sardo è San Sperate (CA). Qui sono stati realizzati i primi murales sardi, nel 1968, soprattutto grazie all’attività di Pinuccio Sciola, che ha saputo portare nel paese i fermenti culturali recepiti in Francia e Spagna durante quel periodo. L’artista è riuscito a coinvolgere l’intero paese con la sua idea e oggi San Sperate è chiamato il “Paese Museo” (http://www.paesemuseo.com/paesemuseo/) ed è in grado di richiamare l’attenzione di artisti da ogni parte del mondo, che vengono qui a lasciare la loro opera. Il muralismo a San Sperate ha caratteristiche prettamente artistiche: non ha urgenze politiche. Il paese intero è una vera e propria collezione, un caleidoscopio di stili e forme differenti che si articola non solo nei dipinti murari ma anche nelle sculture, nei bassorilievi e in alcune forme di installazione urbana. L’atmosfera culturale di San Sperate è incredibilmente poliedrica per un centro di 8000 abitanti: vi si registrano artisti come Angelo Pilloni, impegnato nella realizzazione di murales tradizionali, iniziative dedicate alla street art (http://writers.officinevida.eu/), alla progettazione partecipata degli interventi urbanistici (http://www.paesemuseo.com/paesemuseo/archivio-notizie/45-il-progetto-colore-identita-primo-classificato-alleuro-pa-di-rimini) oltre che esibizioni di musicisti e compagnie teatrali di livello internazionale.

Tra gli artisti presenti a San Sperate c’è ManuInvisible, particolarmente interessante perchè, in alcune sue ricerche, è possibile vedere un momento di contatto tra il muralismo sardo e la street art. ManuInvisible è uno dei più particolari streetartist dell’isola ed è possibile trovare suoi lavori ovunque. La sua attività lungo la SS131 e SS130 manifesta una determinazione e devozione non comune. Tra le sue opere vi sono alcuni ritratti, ispirati a personaggi del suo paese, realizzati con tecniche contemporanee come lo spray, il rullo e il dripping.

Appena prima di arrivare a Sant’Antonio Santadì (VS), all’imbocco del ponte per Marceddì (OR), sorgono i resti della palazzina Castoldi, abbandonata e isolata, in mezzo ad una collina di rovi. La palazzina era la casa di una famiglia nobile concessionaria dei diritti sulle peschiere, principale forma di sostentamento del luogo. Con la vittoria delle rivendicazioni dei pescartori e la fine di questo sistema la famiglia ha abbandonato la località e l’edificio. Andrea Casciu e Kiki Skipi hanno recentemente realizzato un murales su uno dei muri esterni della costruzione. Per vederlo è necessario lasciare la macchina e addentrarsi tra i rovi. L’opera è perciò accessibile solo a chi ne è a conoscenza. Non vuole intervenire ne rivalorizzare una struttura esistente. Trova però una sua collocazione e una sua ragione nelle rovine su cui è realizzata.

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parte 1

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

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Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

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Cagliari (CA)

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Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

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Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

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Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

parte 2

Cagliari (CA)

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Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

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Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

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Cagliari (CA)

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Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

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Cagliari (CA)

parte 3

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

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Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

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Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

Cagliari (CA)

parte 4

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

San Sperate (CA)

parte 5

Tempio Pausania (OT)

Tempio Pausania (OT)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)v

Sassari (SS)v

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sant'Antonio Santadì (VS)

Sant’Antonio Santadì (VS)

Sant'Antonio Santadì (VS)

Sant’Antonio Santadì (VS)

Monastir (CA)

Monastir (CA)

Dolianova (CA)

Dolianova (CA)

SS131

SS131

SS131

SS131

SS131

SS131

Sant'Antioco (CI)

Sant’Antioco (CI)

Sardegna 2015 / falsa e bruciata

Reportage Sardegna 2015 | Di muralismo e streetart. Di spopolamento e accoglienza.

Parte 6

Falsa e bruciata (Un ragazzo di Iglesias descrive la sua città)

Nella zona di Iglesias i muri raccontano, a volte anche soltanto attraverso una scritta, la vita e la storia del posto e i murales si integrano con funzionalità nel tessuto civico. A Gonnesa (CI) e a Narcao (CI), essendo l’area un importante parco geo-minerario, i dipinti raccontano della vita dei minatori.

A Iglesias (CI), come ovunque nella zona, le miniere hanno segnato la vita del posto. Per molti anni la regione è stata al centro di un economia basata sull’estrazione di piombo, argento e zinco, economia quasi del tutto terminata se si escludono poche eccezioni. La chiusura delle miniere ha lasciato in uno stato di profonda depressione l’Iglesiente, che al momento è una delle zone più povere d’Italia. Qui, le enormi costruzioni abbandonate delle miniere, alle porte della città, rappresentano bene il clima che si respira in un luogo che non ha saputo trovare un’alternativa al vecchio sistema economico e a cui è probabilmente mancato anche l’appoggio necessario a riconvertirsi. Dalla fine della II guerra mondiale fino ai nostri giorni le miniere dell’Iglesiente sono passate, senza soluzione di continuità, dalla proprietà privata a quella statale a quella regionale, perdendo di volta in volta minatori per strada, fino ad arrivare (quasi) tutte a chiusura. (https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_mineraria_della_Sardegna). L’area oggi fa parte del Parco Geo Minerario Storico Ambientale della Sardegna uno dei più importanti siti di questo tipo in Europa e il primo del genere inserito in una rete tematica dell’UNESCO. Nonostante questo, ben pochi dei turisti che d’estate affollano la vicina costa, Carloforte o Sant’Antioco, arrivano fino a qui.

Ad Iglesias è possibile notare edifici dismessi, negozi con le saracinesche chiuse, cinema fantasma e, anche, scuole abbandonate. In una di queste, la palestra della scuola media Numero 2 di Iglesias, il writer Nero porta avanti il suo esperimento, N2. E’ facile immaginare che il calo, demografico e di disponibilità economica, abbia portato le istituzioni a decidere di chiudere una delle tre scuole medie della città. Quello che ne è risultato è stata l’area sportiva della scuola (palestra interna, campo da calcio e da basket esterni, con tanto di gradinate) per anni abbandonata. Nero, da tempo attivo nel campo del writing, ha lentamente conquistato la fiducia dell’amministrazione comunale, fino ad arrivare ad ottenere il permesso di realizzare le sue opere nell’area che, grazie a questo, ha ripreso ad essere frequentata ed è diventata un centro di aggregazione spontaneo e autogestito, in cui, oltre ai murales, si può giocare a calcio, basket, fare skate. La palestra, nel bel mezzo di una zona popolare, circondata da palazzoni, è tornata così ad essere un luogo animato e vissuto, e non una zona X lasciata nell’ombra. Attraverso l’iniziativa N2 world, inoltre, i ragazzi che frequentano la Numero 2, realizzano un festival di writing e hip-hop a cadenza annuale (https://www.facebook.com/events/479519308881401).

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Ingurtosu (VS)

Ingurtosu (VS)

Ingurtosu (VS)

Ingurtosu (VS)

Ingurtosu (VS)

Ingurtosu (VS)

Ingurtosu (VS)

Ingurtosu (VS)

Buggerru (CI)

Buggerru (CI)

Nebida (CI)

Nebida (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

DSC_3131 gonnesa-11

Carbonia (CI)

Carbonia (CI)

Narcao (CI)

Narcao (CI)

 

 

Narcao (CI)

Narcao (CI)

/// parte 2///

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Iglesias (CI)

Sardegna 2015 / La galera è fuori e dentro

Reportage Sardegna 2015 | Di muralismo e streetart. Di spopolamento e accoglienza.

Parte 5

La galera è fuori e dentro (Scritta con lo spray sul muro dell’ex carcere San Sebastiano, Sassari)

Le mura perimetrali dell’ex carcere San Sebastiano di Sassari sono perfettamente comprese nel disegno urbano della città. Di conseguenza vi si ritrovano tutti i segni che una città normalmente produce sui propri muri. Lavorare in un carcere o con i carcerati, come abbiamo visto nel caso di Pina Monne, deve essere un’esperienza particolare per un artista sardo, essendo stata, questa regione, spesso considerata il luogo ideale dove confinare esuli o costruire gabbie, da parte dello stato italiano. Quando non realizzavano strutture carcerarie, le autorità italiane usavano la Sardegna stessa come una prigione, come testimoniano gli operai che non vollero prendere la tessera del fascio, durante il ventennio, e vennero mandati forzatamente a lavorare nelle miniere dell’iglesiente. I tempi della Sardegna paradiso naturale e turistico erano, evidentemente, ancora da venire. (https://nobordersard.wordpress.com/2013/07/18/prigioni-sarde-lotte-solidarieta-e-aggiornamenti/).

Ad ogni modo la lunga serie di carceri e manicomi costruiti e poi abbandonati apre un punto interrogativo sulla gestione di queste strutture. Spesso in stato di abbandono o riconverite in ulteriori luoghi di detenzione, magari dal nome diverso, lasciano il posto a strutture più moderne, nascoste nella vastità del territorio sardo. In alcuni casi (Cagliari, l’Asinara…) diventano aree museali visitabili in cui è possibile organizzare eventi culturali. Più spesso rimangono a guardare l’erba crescergli addosso.

Proprio a Sassari (SS), nel parco che comprende uno dei principali poli ospedalieri della città, si trova l’edificio abbandonato del manicomio di Rizzeddu. Nonostante sorga in un luogo di grande frequentazione neanche troppo nascosto alla vista, l’edificio è lasciato all’abbandono. Se anche non esistono più manicomi strutturati sulla base di quelli del tempo, tuttavia esiste ancora il pregiudizio psichiatrico. Esistono ancora luoghi di detenzione per persone con disturbi psichiatrici, come dimostrano i REMS, l’ultima operazione di facciata, volta a mettere fine alla fase OPG ma a cambiare ben poco nella sostanza. Non è ancora terminato, soprattutto, il grado di isolamento che spesso caratterizza le persone coinvolte nei processi psichiatrici. All’interno del Rizzeddu è possibile entrare, attraverso le finestre rotte, e vagabondare tra i corridoi pieni di immondizia. Dagli oggetti che vi ho trovato ho capito che, tutt’altro che disabitato, l’edificio viene abitualmente usato come rifugio da alcuni senzatetto. La sua attività, dunque, non è terminata e, in definitiva, neanche cambiata: continua a dare riparo agli emarginati e agli esclusi.

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Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Massama (OR)

Massama (OR)

Massama (OR)

Massama (OR)

Ingurtosu (VS)

Ingurtosu (VS)

Ingurtosu (VS)

Ingurtosu (VS)

Sardegna 2015 / Cose di vita antica

Reportage Sardegna 2015 | Di muralismo e streetart. Di spopolamento e accoglienza.

Parte 4

Cose di vita antica (Un anziano di Borore a proposito dei murales)

Leggermente più a Nord, troviamo una tradizione muralistica, più recente rispetto a quella barbaricina, ma, forse anche per questo, più vitale. Nel paese di Tinnura (OR) l’amministrazione comunale ha decisamente favorito la pratica muralistica tanto che una delle più importanti artiste sarde, Pina Monne, non per caso, si è trasferita qui. Il paese è interamente ricoperto di murales che parlano delle tradizioni locali e ritraggono persone che potrebbero esserne gli abitanti. L’abitato sembra essere messo allo specchio, in un dialogo tra gli scorci testimoniati dai murales e quelli, in divenire, della quotidianità.

Parlando con Pina Monne l’artista mi ha confermato il forte senso di appartenenza alla sua terra, che evidentemente la guida nelle scelte artistiche. Da questa consapevolezza nasce l’interesse per un lavoro fortemente caratterizzato culturalmente. Anche se ben consapevole che la tradizione muralistica sarda derivi dall’esperienza di Orgosolo, fortemente politica, la Monne preferisce affermare nelle sue opere la sua appartenenza ad una cultura antica, in un atto etico che diventa presto una forma di resistenza, nella società liquida. Allo stesso tempo, l’arte espressa sui muri di Tinnura, si mostra ugualmente capace di creare legami, che dal piccolo paese sardo sono in grado di raggiungere altri angoli di mondo. Questo avviene, a Tinnura, attraverso la pratica dell’esperienza artistica e della condivisione, piuttosto che esclusivamente attraverso l’opera. Pina Monne infatti, oltre a portare avanti laboratori artistici in carcere, è stata due volte in Palestina a tenere laboratori con alcuni ragazzi di Betlemme e, per due volte, ha portato alcune delle persone incontrate nel viaggio in Sardegna. A Tinnura c’è un murales realizzato con loro. La seconda volta che si è recata in Palestina, mi ha raccontato, è stata trattenuta 4 ore a Fiumicino da alcuni militari israeliani che evidentemente sapevano dove si sarebbe recata e che hanno fatto di tutto per intimorirla e dissuaderla. Alla fine di interrogatori e perquisizioni, l’hanno lasciata imbarcare per ultima e isolata dagli altri viaggiatori. Il tutto davanti ad indifferenti agenti di polizia italiani. Per voler insegnare l’arte ad alcuni bambini palestinesi.

Nella maggior parte dei paesi della zona di Oristano è possibile trovare murales. A Mara (SS), Padria, (SS), Flussio (OR), Bosa (OR) Bòrore (NU), solo per citarne alcuni.

A Tramatza (OR), dove pure si trova qualche murales tradizionale, un progetto finanziato dalla comunità europea (terminato nel 2013) ha portato opere di writer di varie nazioni ad affiancarvisi. (https://giuliogaviano.wordpress.com/2013/05/28/tramatza-street-art-3rd-edition/)

La rappresentazione delle tradizioni in pittura, d’altra parte, non passa esclusivamente attraverso i murales. Nella stazione di Tempio Pausania (OT), ad esempio, si trovano i dipinti di uno dei maggiori pittori sardi del ‘900, Giuseppe Biasi, che raccontano una società contadina e rurale e che sono esposti al pubblico nell’atrio, nonostante le inevitabili controindicazioni che questo comporta alle pitture, alle quali si potrebbe ovviare con un po’ di cura e investimenti (http://ulisse-compagnidistrada.blogspot.it/2012/02/operedarte-da-salvare.html).

A Paulilatino (OR) resiste la vecchia usanza di scrivere, con pennello e venice bianca, liberamente, sui muri e sulle strade del paese. Tradizionalmente questi messaggi venivano lasciati dai giovani che partivano per prestare servizio militare. Oggi, che la leva non è più obbligatoria, i ragazzi del posto continuano a compiere questa sorta di rito di passaggio. La cosa interessante è che le scritte riguardano per lo più la vita del paese stesso. A volte sono dichiarazioni o pensieri, ma, altrettanto spesso, ricordano avvenimenti, descrivono situazioni o si rivolgono direttamente a personaggi del posto. Ne risulta un’enorme didascalia, un testo sovrapposto alla realtà, secondo la forma della realtà aumentata, solo tracciata con la vernice.

Anche in questo caso, una forma di (ri)scrittura pubblica moltiplica per due la realtà del piccolo borgo e, come nel caso di Tinnura, crea un intreccio di riferimenti e suggestioni visive che parlano della vita degli abitanti del luogo.

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parte 1

Chiaramonti (SS)

Chiaramonti (SS)

Borore (NU)

Borore (NU)

Borore (NU)

Borore (NU)

Borore (NU)

Borore (NU)

Tinnura (OR)

Tinnura (OR)

Paulilatino (OR)

Paulilatino (OR)

Paulilatino (OR)

Paulilatino (OR)

Paulilatino (OR)

Paulilatino (OR)

Riola Sardo (OR)

Riola Sardo (OR)

Terralba (OR)

Terralba (OR)

parte 2

Oristano (OR)

Oristano (OR)

Ollastra (OR)

Ollastra (OR)

Ollastra (OR)

Ollastra (OR)

Flussio (OR)

Flussio (OR)

Tinnura (OR)

Tinnura (OR)

Tinnura (OR)

Tinnura (OR)

Tramatza (OR)

Tramatza (OR)

San Vero Milis (OR)

San Vero Milis (OR)

Tempio Pausania (OT)

Tempio Pausania (OT)

Tempio Pausania (OT)

Tempio Pausania (OT)

Sardegna 2015 / A fora sas bases

Reportage Sardegna 2015 | Di muralismo e streetart. Di spopolamento e accoglienza.

Parte 3

A fora sas bases (slogan antimilitarista sardo)

Sardigna natzione” e “A fora sas bases” sono le due scritte che più spesso si trovano sui muri dell’Isola. Sebbene la spinta antimilitarista non sia prerogativa dei movimenti separtisti, è pure vero che analizzare la presenza militare in Sardegna aiuta a comprendere meglio il punto di vista di quei sardi che vedono la loro terra come una colonia dello stato italiano.

In Gallura, solo nella zona di Palau (OT) si contano circa 20 aree militari in disuso tra basi, depositi e postazioni di comunicazione. Alcune abbandonate, altre restaurate e rese visitabili come strutture turistiche. (http://www.sardegnaabbandonata.it/fortezza-capo-dorso/). Sempre nei paraggi, nelle isole che circondano la Costa Smeralda, ci sono vari presidi NATO. A Tavolara c’è una postazione per le comunicazioni a grandissima distanza, a Santo Stefano un deposito munizioni e una base-appoggio per sommergibili nucleari, mentre una parte dell’isola della Maddalena è interdetta al pubblico (http://www.regione.sardegna.it/j/v/25?s=45581&v=2&c=3696&t=1). Nonostante nei giornali si sia parlato a più riprese di una dismissione delle attività militari e nonostante le navi da guerra non siano più attraccate nel porto in bellavista, come sono state per decenni, le basi restano comunque attive, con tanto di testate nucleari nei sommergibili.

Aree militari abbandonate si registrano in tutta l’isola. Quasi ogni promontorio e tutte le cime principali ospitano radar e sistemi di comunicazione (http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o28436:e1). La base USAF abbandonata, sul Monte Limbara, usata dall’aviazione americana durante la Guerra fredda, testimonia l’importanza strategica dell’Isola. La presenza storica di contingenti stranieri è tuttora rilevante considerando che il poligono di Quirra, il più grande d’Europa, viene affittato agli eserciti che ne fanno richiesta per cifre che si aggirano attorno ai 50.000 euro l’ora. Presenza non sempre pacifica, come nel caso dei due caccia tedeschi che hanno mandato a fuoco 26 ettari di territorio attorno alla base militare di Capo Frasca, situata nel comune di Arbus (VS), il 26 agosto 2014 (http://contropiano.org/articoli/item/26170). Durante l’autunno 2015, invece, si è svolta, nella base militare di Capo Teulada, a Teulada (CA), la Trident Juncture, “la più estesa operazione NATO che si ricordi dalla caduta del Muro di Berlino” (definizione dello U.S. Army Europe). Entrambi gli avvenimenti hanno causato una forte opposizione popolare da parte del movimento antimilitarista, molto diffuso, che è riuscito in alcuni casi anche a bloccare le operazioni militari con le proprie iniziative. (http://contropiano.org/archivio-news/documenti/itemlist/tag/trident%20juncture)

Ma non è sicuramente dato solo dai contingenti stranieri il problema relativo alla presenza militare nell’Isola. La Sardegna è occupata militarmente per 35.000 ettari di terra mentre 20.000 chilomentri quadrati di mare sono interdetti alla navigazione e alla pesca a causa delle esercitazioni militari. Per avere un’idea delle proporzioni l’intera regione ha una superficie di circa 24.000 chilometri quadrati.

Le aree militari, soprattutto le tre basi principali, Teulada, Quirra e Capo Frasca, ma non solo, sono al centro di numerose indagini riguardanti reati ambientali, a causa delle sostanze chimiche contenute negli ordigni che vengono fatti esplodere. Sono acclarati casi di inquinamento che in molti casi hanno ripercussioni serie sulla salute delle persone che abitano nei territori limitrofi. In un caso specifico, quello del Poligono interforze del Salto di Quirra, a Perdasdefogu (OG) si è registrata una quantità di decessi per cause tumorali così alta e dalle caratteristiche inedite che ha portato, l’equipe medica che ha seguito il caso, a parlare di “Sindrome di Quirra”. Dalla procura della regione è stata aperta un’indagine perchè sono state usate nelle esercitazioni sostanze proibite come l’uranio impoverito e il torio radioattivo.

In ogni caso, ettari ed ettari di terreno vengono resi interdetti e usati per far brillare ordigni o per stipare materiale residuale tossico. La Sardegna, tra l’altro, anche a causa della sua conformazione geografica, è la regione individuata dallo stato italiano per lo stoccaggio di scorie nucleari, provenienti dall’estero. Dopo un lungo silenzio stampa, le fila politiche hanno rivelato nel 2016 di aver individuato un sito adatto allo scopo nel territorio di Ottana (NU), comune situato pressochè nel centro geografico della Sardegna, ma ben collegato. Quello che è urgente dire, rispetto a luoghi deputati alla sperimentazione militare o allo stoccaggio di materiale atomico, è che spesso non è possibile una bonifica nè un ripristino delle caratteristiche naturali del posto. La maggior parte delle volte l’ambiente contaminato rimane compromesso per generazioni.

Nel 2013, la Regione Sardegna ha commissionato a due ricercatori dell’università di Cagliari, Gianfranco Bottazzi e Giuseppe Puggioni, uno studio dal titolo “Comuni in estinzione” (http://www.sardegnaprogrammazione.it/documenti/35_84_20140120091324.pdf) in cui si evidenziano le criticità relative ad alcuni centri abitati che rischiano l’abbandono negli anni anni a venire. In particolare, utilizzando un metodo statistico applicato al calcolo demografico, 33 paesi vengono segnalati come prossimi al totale spopolamento. Sebbene le cause principali del fenomeno siano quelle note a tutti i casi simili (posizione geografica, mancanza di lavoro, mancanza di servizi…) si può notare, aiutandosi con una cartina geografica, che una gran parte di questi paesi si trova nel territorio circostante il poligono interforze di Quirra, il quale, non a caso, è stato situato in un luogo remoto, dalle caratteristiche semidesertiche e costellato di piccoli paesi, spesso isolati tra loro. In una panorama simile è molto difficile si possa creare un movimento d’opinione critico verso la presenza militare: la scarsità demografica e l’isolamento degli abitanti del posto, unite alla diffusa disoccupazione hanno fatto per anni percepire l’arrivo dei militari come una risorsa importante. D’altra parte poche altre opportunità di sviluppo sono state proposte in quei luoghi, che all’occhio si presentano come pianure di sabbia, canyon e speroni di roccia, intervallati da pochi paesi. I ripetuti casi di inquinamento di falde acquifere e di anomali decessi sia di bestiame che di umani hanno riportato all’attenzione generale le cause antimilitariste, al cui movimento si sono uniti numerosi allevatori e coltivatori locali. Citando il documento “Comuni in estinzione” però è forse possibile intravedere una possibilità: lo spopolamento di un paese infatti avviene solo “[…] ove nel corso del tempo non si presentino o non vengano posti in essere fatti, azioni, interventi, comportamenti sia in ambito locale che provenienti dall’esterno tali da poter invertire le tendenze riscontrate sulla base delle conoscenze attuali”.

Dal lato opposto dell’Isola rispetto a Quirra, a ridosso della base di Capo Frasca, sorge il paese di Sant’Antonio Santadì (VS) il quale avrebbe, per posizione geografica e potenzialità, una spiccata vocazione turistica, considerando che si trova tra la penisola del Sinis e la costa Verde, all’inizio di un lembo di terra che avrebbe lo stesso fascino di questi, se non fosse occupato per intero dalla base. Come è facile intuire la presenza militare ha pregiudicato notevolmente le potenzialità turistiche del luogo mentre le attività della base sono accusate di essere tra le principali cause di inquinamento, assieme agli stabilimenti industriali, delle periodiche morie di pesci, nelle vicine riserve ittiche.

La città di Macomer (NU) ha vissuto l’illusione di uno sviluppo spensierato grazie ai soldi portati in paese dai numerosi militari di leva che, fino a qualche anno fa, venivano qui a svolgere il loro servizio. Ora che le attività della caserma sono ridotte al minimo non è difficile, cammindando per il centro città, vedere saracinesche abbassate e negozi sfitti. Qualcuno, evidentemente in buona fede, deve aver pensato a risollevare le sorti economiche del paese ampliando l’inceneritore di Tossillo, zona industriale, per farlo diventare uno dei più grandi termovalorizzatori dell’Isola.

FOTO

parte 1

Carloforte (CI)

Carloforte (CI)

Carloforte (CI)

Carloforte (CI)

Sant'Antonio Santadi' (VS)

Sant’Antonio Santadi’ (VS)

Sant'Antonio Santadi' (VS)

Sant’Antonio Santadi’ (VS)

Macomer (NU)

Macomer (NU)

Macomer (NU)

Macomer (NU)

Macomer (NU)

Macomer (NU)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Palau (OT)

Palau (OT)

Palau (OT)

Palau (OT)

Palau (OT)

Palau (OT)

 parte 2

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

parte 3

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

parte 4

Bortigiadas (OT)

Bortigiadas (OT)

Macomer (NU)

Macomer (NU)

Mamoiada (NU)

Mamoiada (NU)

Sardegna 2015 / E vorrei correre e urlare di rabbia

Reportage Sardegna 2015 | Di muralismo e streetart. Di spopolamento e accoglienza.

Parte 2

E vorrei correre e urlare di rabbia (Da un murales di Orgosolo)

Raccogliendo i suggerimenti dello street artist C215 (http://legrandj.eu/article/graffiti_street_art_muralismo_e_se_smettessimo_di_fare_confusione) si può tentare una distinzione tra graffitismo, writing, street art, muralismo e urban art. I graffiti sono sempre esistiti e, mutuando il nome dall’arte rupestre, per graffito si intende un segno lasciato su un muro. Per identificare il writing si usa spesso, genericamente, la parola graffito. Il writing è una forma culturale ben codificata e circoscritta, databile a contestualizzabile (Stati Uniti, anni ’70, Hip-hop…). La street art rappresenta uno sviluppo soltanto di uno dei tratti caratterizzanti il writing, ovvero l’esprimersi in maniera illegale su un muro. Per contro, anziché creare un linguaggio codificato, la street art moltiplica i propri significanti attraverso gli artisti che la interpretano e si pone piuttosto come metodo. Essendo questa diventata un fenomeno di costume diffuso e ricercato, in grado anche di muovere interessi e soldi, si assiste a quello che C215 definisce “muralismo”: ovvero la pratica della street art in maniera legale, su supporti autorizzati, nell’ambito di un’iniziativa pubblica.

Mi sento di dover fare un chiarimento riguardo al termine muralismo. Lo trovo appropriato nel momento in cui definisce una pratica artistica che si svolge in luogo pubblico, condivisa e accettata dalla comunità che la concepisce. Trovo però riduttivo ricondurre questa forma di espressione ad un’evoluzione della street art, tralasciando l’esperienza del muralismo sudamericano dei primi del ‘900, di matrice politica. Nell’accezione data da C215 per descrivere alcune derive commerciali della street art trovo più corretto parlare di urban art, come recentemente ricordato da Ex-voto in un intervento sulla sua pagina (https://www.facebook.com/ex.voto.58/posts/1706872599582814).

Di questo genere di espressione c’è traccia in Sardegna a partire, innanzitutto, da Orgosolo (NU). Nel 1961 Vittorio de Seta gira Banditi a Orgosolo e, impiegando come attori i pastori del posto, rende omaggio alle storie che si raccontano sui banditi del paese e alle loro vicende umane. Nel 1969, tramite l’occupazione delle terre e la resistenza non violenta, l’intero paese si oppose all’intenzione, da parte delle autorità statali, di usare parte delle campagne circostanti come poligono di tiro e alla sottrazione di terre al pascolo e all’agricoltura che ne sarebbe seguita. L’evento, conosciuto come Rivolta di Pratobello, dal nome della località interessata, è probabilemente l’unico caso di opposizione vittoriosa ad un progetto militare, nell’isola. Nello stesso anno un gruppo di artisti di ispirazione anarchica, il Dioniso, disegna, estemporaneamente, un murales in cui raffigura la penisola italiana con un punto interogativo sulla Sardegna. Il gruppo, formato non esclusivamente da sardi, realizzerà qualche altro murales di ispirazione politica. Nel 1975, in occasione del trentennale della resistenza, Francesco del Casino, insegnante, coinvolgerà i suoi alunni nella realizzazione di alcune opere, dando il via alla tradizione orgolese, tuttora viva.

I murales sono realizzati con una tecnica che si rifà allo stile del muralismo sudamericano dei primi del ‘900 e influenzati dal Picasso cubista, il chè rende il paesaggio orgolese pressoché unico. Ma quello che è veramente sorprendente sono i temi trattati, prevalentemente politici, e la capacità, di un remoto paesino della Barbagia, attraverso questa pratica artistica, di entrare in contatto con temi riguardanti i più lontani angoli del mondo. Attraverso la pittura, e con l’intento della testimonianza, vengono raccontate sui muri del paese non solo le lotte e gli avvenimenti locali (Pratobello, le mobilitazioni contro il nucleare, le basi militari…) ma anche quelli di tutto il mondo, fino ai giorni nostri. Si trovano, sui muri di Orgosolo, attestati di solidarietà ai migranti, ai caduti durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, agli abitanti di Gaza, al popolo Iracheno. C’è un murales dedicato a Carlo Giuliani e ce n’è uno che ricorda piazza Tienanmen Ci sono murales che ripercorrono la storia di Gramsci e altri che testimoniano le lotte operaraie, non solo sarde ma anche, ad esempio, torinesi. Orgosolo, poco più di 4000 abitanti, è capace di creare collegamenti con ogni angolo del pianeta e di testimoniarlo sui propri muri.

Altra particolarità riguarda l permessi, regolati fino ad oggi direttamente tra l’artista e il proprietario del muro, benchè si cominci a parlare di una commissione comunale che dovrebbe in futuro valutare quali opere autorizzare in base ad un progetto.

La tradizione si è presto sparsa nelle vicinanze, ad esempio a Ottana (NU), Fonni (NU), Sarule (NU) Urzulei (OG), Gairo (OG) ed è arrivata, in questa parte della regione, fino alle zone costiere di Bari sardo (OG) e della Costa Rei.

A Oliena (NU), pochi chilometri da Orgosolo, si è deciso di riportare sui muri i passi letterari riguardanti il posto. Vi si trovano citazioni da Deledda, D’Annunzio, Levi a sottolineare la caratura che questi luoghi remoti sono in grado di assumere al cospetto dei più alti fenomeni artistici.

Scendendo di un centinaio di kilometri a sud si raggiunge la provincia dell’Ogliastra. Abbandonata la SS389 si arriva nei paesi di Ulassai, Ussassai, Sadali percorrendo una strada panoramica che sale e scende costeggiando altipiani rocciosi, attraversando paesi fantasma ed enormi parchi eolici; sugherete, boschi e poi enormi pianure. Sono territori vastissimi, molto affascinanti e poco abitati, in cui tra un paese e l’altro c’è solo la strada e il paesaggio; e si trovano al confine della base militare del Salto di Quirra, che è il poligono militare più esteso d’Europa. I paesi che si incontrano sono, in linea di massima, tutti in via di spopolamento, eppure rivelano in qualche modo un fervore artistico.

Ulassai (OG) ha dato i natali a Maria Lai, artista contemporanea, che nel 1981 proprio qui realizzò l’opera Legarsi alla montagna: con circa 27 km di nastri e stoffe, e con la collaborazione di tutto il paese, legò materialmente le case dell’intero abitato alla montagna sul quale Ulassai è arrampicato, che lo domina e sorregge. L’artista è oggi ricordata dal museo della Stazione dell’arte (http://www.stazionedellarte.com/) ricavato in una ex stazione ferroviaria.

I paesi che si incontrano da queste parti pare sfidino la forza di gravità da quanto ripidamente le loro case sono incastonate lungo le montagne. A volte, come nei casi di Osini vecchio e Gairo vecchio, vengono abbandonati e rimangono lì, appiccicati lungo una parete, a guardarsi l’uno di fronte all’altro, dai buchi neri delle finestre sfondate, ognuno dal suo lato dello strapiombo.

Passando attraverso Ussassai (OG), un borgo percorso da una strada di tornanti, si possono vedere molti murales ispirati ai personaggi del paese; le persone che abitano qui ne vanno fiere e ti chiamano per raccontartene la storia.

Svalicando ancora due volte si arriva a Sadali (CA) dove l’associazione culturale Look out (http://www.look-out.org/) organizza da quest’anno Murartista, un festival di urban art a cui sono stati chiamati a partecipare artisti contemporanei, come ad esempio il belga Roa. Nella presentazione dell’evento l’associazione parla di “arricchire e abbellire la tela grezza e ferita delle strutture perse della Sardegna attraverso l’arte urbana”. Accanto alle opere portate da questa iniziativa anche altri murales, come ad esempio quelli de Il carbonauta, street artist sardo.

Siamo ancora tra i boschi, nei tornanti, ai limiti di una strada statale. Poco più in là cominciano tornanti, altipiani e pianure aride. Ci sono una gran quantità di paesi in difficoltà demografica, un parco eolico le cui pale sono state posizionate al bordo della strada, e poi Perdasdefogu, da dove si entra nel poligono di Quirra.

FOTO

\\\\\ parte 1 \\\\\

Mamoiada (NU)

Mamoiada (NU)

Fonni (NU)

Fonni (NU)

Fonni (NU)

Fonni (NU)

Fonni (NU)

Fonni (NU)

Sadali (CA)

Sadali (CA)

Sadali (CA)

Sadali (CA)

Sadali (CA)

Sadali (CA)

Sadali (CA)

Sadali (CA)

Sadali (CA)

Sadali (CA)

Ussassai (OG)

Ussassai (OG)

Ussassai (OG)

Ussassai (OG)

Osini (OG)

Osini (OG)

Ulassai (OG)

Ulassai (OG)

\\\\\ parte 2 \\\\\

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

\\\\\ parte 3 \\\\\\

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Sardegna 2015 / Introduzione

Reportage Sardegna 2015

Di muralismo e streetart. Di spopolamento e accoglienza.

Introduzione

Confrontarsi con la Sardegna per un continentale è in qualche modo confrontarsi con una realtà altra. Il suo essere “isola”, in senso culturale prima che geografico, e la sua vastità, accentuano le complessità di questa regione che a volte viene pensata periferica, rispetto al territorio nazionale, altre volte assume una centralità strategica.

Prima di poter andare a fondo è necessario averne una conoscenza d’insieme e il presente reportage è un tentativo di renderne un’immagine, complessa ma estesa, riguardo alcune tematiche di attualità.

Ho preferito, nei pochi giorni a disposizione, viaggiare in più zone possibile, in tutte le province. Ho preferito percorrere molti chilometri, anche per vedere le varie forme assunte dal muralismo sardo e confrontarle con quelle di opere più recenti.

Durante il viaggio è diventata mia intenzione accennare un ritratto dell’Isola.

A causa della vastità del territorio e del poco tempo avuto a disposizione, tale ritratto potrebbe apparire più simile ad una scansione, nella sua superficialità. Ma la sovrapposizione di vari livelli, come fossero lastre, potrebbe essere utile alla composizione di un quadro di insieme.

C’è la scansione del territorio, le isole attorno / il mare e le profondità che ne definiscono il colore. Le aree marine protette e quelle interdette / le coste, quelle con le lunghe spiagge desertiche e quelle con le scogliere a picco / i tronchi degli alberi, che vanno dal grigio dei pini vicino al mare al rosso dei sugheri, quando la corteccia è stata da poco asportata, nell’entroterra / gli altipiani che definiscono la strada quando si percorrono le vallate / la roccia grigia e friabile dalle parti di Buggerru, quella gialla oro nei dintorni di Lanusei / la macchia mediterranea, che diventa secca e gialla, salendo nelle montagne. I parchi naturali, la Barbagia, il Gennargentu. Gli scheletri del Supramonte.

C’è una scansione di determinate aree culturali i cui confini spesso non corrispondono a quelli delle province: la Gallura, la Barbagia, l’Ogliastra, il Campidano, il Sulcis…

La scansione dei reperti archeologici, che testimoniano le presenze antiche: nuraghe, domus de janas, dolmen.

La scansione delle città. Con Cagliari e Sassari come due poli opposti, una marinara, romantica e dura, fatta di vicoli e salite; l’altra cittadina, vasta e quadrata, fatta di viali e periferie.

Ci sono le aree industriali attorno a queste città. E le ampie pianure di stagni e sterpa. Macchiareddu, Molentargius.

C’è la scansione dei paesi. Che a volte sorgono in posti dove fino a 100 anni fa non c’era nulla. Apparentemente senza storia. Anonimi, accondiscendono al mare d’estate e contano i giorni d’inverno. Ci sono paesi che sembrano villaggi West, e non solo nei casi più eclatanti come San Salvatore di Sinis, ma anche ad esempio nelle forme di alcune chiese di Macomer o Dolianova. Ce ne sono altri custodi di storia, sempre duri al primo impatto, nascosti dai massi delle zone più lontane dalla costa. (http://www.sardegnaabbandonata.it/tandalo/)

C’è la scansione della Sardegna industriale, che si può leggere anche nei nomi dei paesi, da Argentiera a Carbonia. Il parco geominerario storico (http://www.parcogeominerario.eu/) occupa circa un sesto dell’area dell’intera regione ed è segno di qualcosa che è stato e non è più. Qualcosa che oggi lascia il posto alle zone più povere della regione. Tracce che rimangono nel territorio, come l’enorme cementificio abbandonato a Scala di Giocca, alle porte di Sassari (http://www.sardegnaabbandonata.it/cementificio-di-scala-di-giocca/). Una scansione che rileva però anche i poli industriali ancora in attività, quelli che danno lavoro a migliaia di persone e ne uccidono lentamente le famiglie con l’inquinamento: Porto Torres, Portoscuso, Sarroch.

C’è la scansione della presenza militare nell’isola. Nell’arcipelago della Maddalena, a Macomer, a Capo Teulada, a Capo Frasca, nel Salto di Quirra. Presenza non solo italiana come testimonia una base militare dell’aeronautica americana abbandonata, sulla cima del monte Limbara. Presenza che si concentra non solo nelle grandi basi ma anche in tanti piccoli centri, nell’hinterland cagliaritano: Monastir, Decimomannu, Uta, Quartucciu, Elmas. (http://insecondopiano.altervista.org/index/2009/11/occupazione-militare-in-sardegna/)

La scansione dei luoghi di reclusione. Il carcere dismesso dell’Asinara. I penitenziari, che prima venivano costruiti all’interno delle città, come il Buoncammino a Cagliari e il San Sebastiano a Sassari, entrambi al centro di progetti di riconversione d’uso (http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2013/09/28/news/nel-vecchio-carcere-la-storia-di-sassari-1.7825136). Ci sono varie strutture che oggi si preferisce tenere lontane dai centri abitati, cosa facile in un territorio come quello sardo. Ci sono i manicomi abbandonati, sostituiti dagli OPG, che presto ci abitueremo a chiamare REMS (http://www.manifestosardo.org/manicomio-sardegna/), oppure dai reparti di psichiatria delle aziende ospedaliere. C’era, fino a pochi mesi fa, il CSPA-CARA di Elmas, che non si chiamava CIE, così come i CIE non si chiamano più CPT, ma che ospitava comunque circa 300 rifugiati in un luogo che aveva tutte le sembianze di una prigione, inglobata in un ex aeroporto militare. (http://www.meltingpot.org/Cpa-di-Elmas-La-denuncia-delle-associazioni-il-centro-e-una.html#.VoKeVLu3D5L)

C’è anche una scansione dei cibi proibiti. Il casu martzu. Il filu ‘e ferru. Anche da questi si può avere un’idea del rapporto complicato della Sardegna e delle sue tradizioni con le leggi italiane o europee.

C’è l’usanza di scrivere e disegnare sui muri. Di lasciare tracce. Di lottare e poi lasciare tracce. Di proseguire una tradizione. Di dire qualcosa a tutti.

FOTO

/// parte 1

Lanusei (OG)

Lanusei (OG)

Lanusei (OG)

Lanusei (OG)

Tuaredda (CA)

Tuaredda (CA)

Carloforte (CI)

Carloforte (CI)

Is Arenas (OR)

Is Arenas (OR)

Su Murrone (SS)

Su Murrone (SS)

Lido del sole (OT)

Lido del sole (OT)

/// parte 2

Lido del Sole (OT)

Lido del Sole (OT)

Palau (OT)

Palau (OT)

Fondorgianus (OR)

Fordorgianus (OR)

Fondorgianus (OR)

Fordorgianus (OR)

San Salvatore di Sinis (OR)

San Salvatore di Sinis (OR)

Narcao (CI)

Narcao (CI)

/// parte 3

Argentiera (SS)

Argentiera (SS)

Argentiera (SS)

Argentiera (SS)

Argentiera (SS)

Argentiera (SS)

Argentiera (SS)

Argentiera (SS)

Argentiera (SS)

Argentiera (SS)

Argentiera (SS)

Argentiera (SS)

Argentiera (SS)

Argentiera (SS)

Argentiera (SS)

Argentiera (SS)

Graffiti, writing, street art, muralismo e urban art: un tentativo di chiarificazione

Quello che segue è un’ estratto del mio reportage Sardegna 2015 di prossima pubblicazione. Gli avvenimenti di questi giorni hanno reso necessaria la sua anticipazione.

 

Raccogliendo i suggerimenti dello street artist C215 (http://legrandj.eu/article/graffiti_street_art_muralismo_e_se_smettessimo_di_fare_confusione) si può fare una distinzione tra graffitismo, writing, street art, muralismo e urban art. I graffiti sono sempre esistiti e, mutuando il nome dall’arte rupestre, per graffito si intende un segno lasciato su un muro. Per identificare il writing si usa spesso, genericamente, la parola graffito. Il writing è una forma culturale ben codificata e circoscritta, databile a contestualizzabile (Stati Uniti, anni ’70, Hip-hop…). La street art rappresenta uno sviluppo soltanto di uno dei tratti caratterizzanti il writing, ovvero l’esprimersi in maniera illegale su un muro. Per contro, anziché creare un linguaggio codificato, la street art moltiplica i propri significanti attraverso gli artisti che la interpretano e si pone piuttosto come metodo. Essendo questa diventata un fenomeno di costume diffuso e ricercato, in grado anche di muovere interessi e soldi, si assiste a quello che C215 definisce “muralismo”: ovvero la pratica della street art in maniera legale, su supporti autorizzati, nell’ambito di un’iniziativa pubblica.

Mi sento di dover fare un chiarimento riguardo al termine muralismo. Lo trovo appropriato nel momento in cui definisce una pratica artistica che si svolge in luogo pubblico, condivisa e accettata dalla comunità che la concepisce. Trovo però riduttivo ricondurre questa forma di espressione ad un’evoluzione della street art, tralasciando l’esperienza del muralismo sudamericano dei primi del ‘900, di matrice politica. Nell’accezione data da C215 per descrivere alcune derive commerciali della street art trovo più corretto parlare di urban art, come recentemente ricordato da Ex-voto in un intervento sulla sua pagina (https://www.facebook.com/ex.voto.58/posts/1706872599582814).