Primo Maggio. Ancora su migrazioni e sindacalismo. E sex-workers.

Dopo il Primo Maggio e le relative giornate di lotta portate avanti in varie città, col pensiero in particolar modo alla piazza di Torino e alle tensioni dello spezzone dei movimenti col PD e col suo efficientissimo servizio d’ordine (pubblico + privato), oggi vengo a sapere di un ulteriore passo avanti delle riforme in merito al lavoro, portate avanti dal governo nella direzione della precarizzazione.

Seguitando il parallelismo cominciato con il post precedente vorrei portare un altro esempio riguardante al modo in cui, è una mia teoria, alcune emergenze sociali vengano tranquillamente tollerate perchè abbassano gli standard di riferimento di un’intera categoria professionale. Nel caso specifico vanno a deleggittimare l’ipotesi stessa di categorizzazione professionale.

Mi riferisco alle sex-workers.

Il caso dei centri massaggio cinese, che coprono, neanche troppo, attività legate alla prostituzione, è molto interessante. Questi centri sono fioriti un po’ ovunque nelle città come nei centri minori. Partendo dalle priferie arrivano, nelle realtà più grandi, anche a lambire zone del centro storico, in cui gli affitti sono più alti. Al proprio interno lavorano ragazze sulla cui storia personale poco si sa, ma, bisogna dirlo, poco si vuol sapere, considerata l’attenzione irrisoria dello stato al fenomeno. A Bologna, ad esempio, ricordo il caso di un centro che venne chiuso, qualche anno fa, per un periodo, per poi tornare in attività. Il motivo fu proprio il fatto che l’attività di centro massaggi nascondesse offerta di prestazioni sessuali.

Ora, riguardo le lavoratrici di questi centri, non posso fare a meno che pensare al fatto che esse saranno quasi sicuramente ragazze incappate in questo lavoro perchè emigrate in cerca di fortuna. Inoltre posso immaginare le loro misere paghe e i loro inesistenti diritti sindacali. Le giornate interminabili passate al chiuso di uno studio senza finestre e i rarissimi giorni liberi. Eppure realizzo anche che queste ragazze fanno in qualche parte di un sistema lavorativo. Che non lavorano in strada ma in un locale con altre colleghe. In un ambiente quindi tutelato da aggressioni, ad esempio. Inoltre, la qualifica di massaggiatrice, dovrebbe consentire loro, in qualche modo, di avere riconosciuta una professionalità e di lavorare in regola.

A questo punto risulta stridente il parallelismo con le sex-workers italiane. Quelle tra loro che decidono liberamente di intraprendere la professione di lavoratrice del sesso, potrebbero avvantaggiarsi della libertà professionale propria delle lavoratrici autonome. Invece sono costrette a non vedersi riconosciuta questa possibilità, al doversi nascondere e spesso ad esercitare in strada, in luoghi magari isolati, esposte ai pericoli del caso. Nonostante i vantaggi derivanti burocraticamente dall’essere cittadine italiane esse vivono una situazione inversa rispetto alle loro “colleghe” cinesi. Inversa, nel disagio che accomuna entrambe.

Non vorrei essere frainteso: non sono un perbenista e non mi auguro che i centri massaggio cinesi vengano chiusi. Mi chiedo però se la tolleranza dello stato nei confronti di questi e il mancato riconoscimento professionale alle sex-workers italiane non siano diverse sfumature della stessa volontà di ostacolare la categoria professionale.

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