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Sardegna 2015 / A fora sas bases

Reportage Sardegna 2015 | Di muralismo e streetart. Di spopolamento e accoglienza.

Parte 3

A fora sas bases (slogan antimilitarista sardo)

Sardigna natzione” e “A fora sas bases” sono le due scritte che più spesso si trovano sui muri dell’Isola. Sebbene la spinta antimilitarista non sia prerogativa dei movimenti separtisti, è pure vero che analizzare la presenza militare in Sardegna aiuta a comprendere meglio il punto di vista di quei sardi che vedono la loro terra come una colonia dello stato italiano.

In Gallura, solo nella zona di Palau (OT) si contano circa 20 aree militari in disuso tra basi, depositi e postazioni di comunicazione. Alcune abbandonate, altre restaurate e rese visitabili come strutture turistiche. (http://www.sardegnaabbandonata.it/fortezza-capo-dorso/). Sempre nei paraggi, nelle isole che circondano la Costa Smeralda, ci sono vari presidi NATO. A Tavolara c’è una postazione per le comunicazioni a grandissima distanza, a Santo Stefano un deposito munizioni e una base-appoggio per sommergibili nucleari, mentre una parte dell’isola della Maddalena è interdetta al pubblico (http://www.regione.sardegna.it/j/v/25?s=45581&v=2&c=3696&t=1). Nonostante nei giornali si sia parlato a più riprese di una dismissione delle attività militari e nonostante le navi da guerra non siano più attraccate nel porto in bellavista, come sono state per decenni, le basi restano comunque attive, con tanto di testate nucleari nei sommergibili.

Aree militari abbandonate si registrano in tutta l’isola. Quasi ogni promontorio e tutte le cime principali ospitano radar e sistemi di comunicazione (http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o28436:e1). La base USAF abbandonata, sul Monte Limbara, usata dall’aviazione americana durante la Guerra fredda, testimonia l’importanza strategica dell’Isola. La presenza storica di contingenti stranieri è tuttora rilevante considerando che il poligono di Quirra, il più grande d’Europa, viene affittato agli eserciti che ne fanno richiesta per cifre che si aggirano attorno ai 50.000 euro l’ora. Presenza non sempre pacifica, come nel caso dei due caccia tedeschi che hanno mandato a fuoco 26 ettari di territorio attorno alla base militare di Capo Frasca, situata nel comune di Arbus (VS), il 26 agosto 2014 (http://contropiano.org/articoli/item/26170). Durante l’autunno 2015, invece, si è svolta, nella base militare di Capo Teulada, a Teulada (CA), la Trident Juncture, “la più estesa operazione NATO che si ricordi dalla caduta del Muro di Berlino” (definizione dello U.S. Army Europe). Entrambi gli avvenimenti hanno causato una forte opposizione popolare da parte del movimento antimilitarista, molto diffuso, che è riuscito in alcuni casi anche a bloccare le operazioni militari con le proprie iniziative. (http://contropiano.org/archivio-news/documenti/itemlist/tag/trident%20juncture)

Ma non è sicuramente dato solo dai contingenti stranieri il problema relativo alla presenza militare nell’Isola. La Sardegna è occupata militarmente per 35.000 ettari di terra mentre 20.000 chilomentri quadrati di mare sono interdetti alla navigazione e alla pesca a causa delle esercitazioni militari. Per avere un’idea delle proporzioni l’intera regione ha una superficie di circa 24.000 chilometri quadrati.

Le aree militari, soprattutto le tre basi principali, Teulada, Quirra e Capo Frasca, ma non solo, sono al centro di numerose indagini riguardanti reati ambientali, a causa delle sostanze chimiche contenute negli ordigni che vengono fatti esplodere. Sono acclarati casi di inquinamento che in molti casi hanno ripercussioni serie sulla salute delle persone che abitano nei territori limitrofi. In un caso specifico, quello del Poligono interforze del Salto di Quirra, a Perdasdefogu (OG) si è registrata una quantità di decessi per cause tumorali così alta e dalle caratteristiche inedite che ha portato, l’equipe medica che ha seguito il caso, a parlare di “Sindrome di Quirra”. Dalla procura della regione è stata aperta un’indagine perchè sono state usate nelle esercitazioni sostanze proibite come l’uranio impoverito e il torio radioattivo.

In ogni caso, ettari ed ettari di terreno vengono resi interdetti e usati per far brillare ordigni o per stipare materiale residuale tossico. La Sardegna, tra l’altro, anche a causa della sua conformazione geografica, è la regione individuata dallo stato italiano per lo stoccaggio di scorie nucleari, provenienti dall’estero. Dopo un lungo silenzio stampa, le fila politiche hanno rivelato nel 2016 di aver individuato un sito adatto allo scopo nel territorio di Ottana (NU), comune situato pressochè nel centro geografico della Sardegna, ma ben collegato. Quello che è urgente dire, rispetto a luoghi deputati alla sperimentazione militare o allo stoccaggio di materiale atomico, è che spesso non è possibile una bonifica nè un ripristino delle caratteristiche naturali del posto. La maggior parte delle volte l’ambiente contaminato rimane compromesso per generazioni.

Nel 2013, la Regione Sardegna ha commissionato a due ricercatori dell’università di Cagliari, Gianfranco Bottazzi e Giuseppe Puggioni, uno studio dal titolo “Comuni in estinzione” (http://www.sardegnaprogrammazione.it/documenti/35_84_20140120091324.pdf) in cui si evidenziano le criticità relative ad alcuni centri abitati che rischiano l’abbandono negli anni anni a venire. In particolare, utilizzando un metodo statistico applicato al calcolo demografico, 33 paesi vengono segnalati come prossimi al totale spopolamento. Sebbene le cause principali del fenomeno siano quelle note a tutti i casi simili (posizione geografica, mancanza di lavoro, mancanza di servizi…) si può notare, aiutandosi con una cartina geografica, che una gran parte di questi paesi si trova nel territorio circostante il poligono interforze di Quirra, il quale, non a caso, è stato situato in un luogo remoto, dalle caratteristiche semidesertiche e costellato di piccoli paesi, spesso isolati tra loro. In una panorama simile è molto difficile si possa creare un movimento d’opinione critico verso la presenza militare: la scarsità demografica e l’isolamento degli abitanti del posto, unite alla diffusa disoccupazione hanno fatto per anni percepire l’arrivo dei militari come una risorsa importante. D’altra parte poche altre opportunità di sviluppo sono state proposte in quei luoghi, che all’occhio si presentano come pianure di sabbia, canyon e speroni di roccia, intervallati da pochi paesi. I ripetuti casi di inquinamento di falde acquifere e di anomali decessi sia di bestiame che di umani hanno riportato all’attenzione generale le cause antimilitariste, al cui movimento si sono uniti numerosi allevatori e coltivatori locali. Citando il documento “Comuni in estinzione” però è forse possibile intravedere una possibilità: lo spopolamento di un paese infatti avviene solo “[…] ove nel corso del tempo non si presentino o non vengano posti in essere fatti, azioni, interventi, comportamenti sia in ambito locale che provenienti dall’esterno tali da poter invertire le tendenze riscontrate sulla base delle conoscenze attuali”.

Dal lato opposto dell’Isola rispetto a Quirra, a ridosso della base di Capo Frasca, sorge il paese di Sant’Antonio Santadì (VS) il quale avrebbe, per posizione geografica e potenzialità, una spiccata vocazione turistica, considerando che si trova tra la penisola del Sinis e la costa Verde, all’inizio di un lembo di terra che avrebbe lo stesso fascino di questi, se non fosse occupato per intero dalla base. Come è facile intuire la presenza militare ha pregiudicato notevolmente le potenzialità turistiche del luogo mentre le attività della base sono accusate di essere tra le principali cause di inquinamento, assieme agli stabilimenti industriali, delle periodiche morie di pesci, nelle vicine riserve ittiche.

La città di Macomer (NU) ha vissuto l’illusione di uno sviluppo spensierato grazie ai soldi portati in paese dai numerosi militari di leva che, fino a qualche anno fa, venivano qui a svolgere il loro servizio. Ora che le attività della caserma sono ridotte al minimo non è difficile, cammindando per il centro città, vedere saracinesche abbassate e negozi sfitti. Qualcuno, evidentemente in buona fede, deve aver pensato a risollevare le sorti economiche del paese ampliando l’inceneritore di Tossillo, zona industriale, per farlo diventare uno dei più grandi termovalorizzatori dell’Isola.

FOTO

parte 1

Carloforte (CI)

Carloforte (CI)

Carloforte (CI)

Carloforte (CI)

Sant'Antonio Santadi' (VS)

Sant’Antonio Santadi’ (VS)

Sant'Antonio Santadi' (VS)

Sant’Antonio Santadi’ (VS)

Macomer (NU)

Macomer (NU)

Macomer (NU)

Macomer (NU)

Macomer (NU)

Macomer (NU)

Sassari (SS)

Sassari (SS)

Palau (OT)

Palau (OT)

Palau (OT)

Palau (OT)

Palau (OT)

Palau (OT)

 parte 2

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

Monte Limbara (OT)

parte 3

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

Perdasdefogu (OG)

parte 4

Bortigiadas (OT)

Bortigiadas (OT)

Macomer (NU)

Macomer (NU)

Mamoiada (NU)

Mamoiada (NU)

Sardegna 2015 / E vorrei correre e urlare di rabbia

Reportage Sardegna 2015 | Di muralismo e streetart. Di spopolamento e accoglienza.

Parte 2

E vorrei correre e urlare di rabbia (Da un murales di Orgosolo)

Raccogliendo i suggerimenti dello street artist C215 (http://legrandj.eu/article/graffiti_street_art_muralismo_e_se_smettessimo_di_fare_confusione) si può tentare una distinzione tra graffitismo, writing, street art, muralismo e urban art. I graffiti sono sempre esistiti e, mutuando il nome dall’arte rupestre, per graffito si intende un segno lasciato su un muro. Per identificare il writing si usa spesso, genericamente, la parola graffito. Il writing è una forma culturale ben codificata e circoscritta, databile a contestualizzabile (Stati Uniti, anni ’70, Hip-hop…). La street art rappresenta uno sviluppo soltanto di uno dei tratti caratterizzanti il writing, ovvero l’esprimersi in maniera illegale su un muro. Per contro, anziché creare un linguaggio codificato, la street art moltiplica i propri significanti attraverso gli artisti che la interpretano e si pone piuttosto come metodo. Essendo questa diventata un fenomeno di costume diffuso e ricercato, in grado anche di muovere interessi e soldi, si assiste a quello che C215 definisce “muralismo”: ovvero la pratica della street art in maniera legale, su supporti autorizzati, nell’ambito di un’iniziativa pubblica.

Mi sento di dover fare un chiarimento riguardo al termine muralismo. Lo trovo appropriato nel momento in cui definisce una pratica artistica che si svolge in luogo pubblico, condivisa e accettata dalla comunità che la concepisce. Trovo però riduttivo ricondurre questa forma di espressione ad un’evoluzione della street art, tralasciando l’esperienza del muralismo sudamericano dei primi del ‘900, di matrice politica. Nell’accezione data da C215 per descrivere alcune derive commerciali della street art trovo più corretto parlare di urban art, come recentemente ricordato da Ex-voto in un intervento sulla sua pagina (https://www.facebook.com/ex.voto.58/posts/1706872599582814).

Di questo genere di espressione c’è traccia in Sardegna a partire, innanzitutto, da Orgosolo (NU). Nel 1961 Vittorio de Seta gira Banditi a Orgosolo e, impiegando come attori i pastori del posto, rende omaggio alle storie che si raccontano sui banditi del paese e alle loro vicende umane. Nel 1969, tramite l’occupazione delle terre e la resistenza non violenta, l’intero paese si oppose all’intenzione, da parte delle autorità statali, di usare parte delle campagne circostanti come poligono di tiro e alla sottrazione di terre al pascolo e all’agricoltura che ne sarebbe seguita. L’evento, conosciuto come Rivolta di Pratobello, dal nome della località interessata, è probabilemente l’unico caso di opposizione vittoriosa ad un progetto militare, nell’isola. Nello stesso anno un gruppo di artisti di ispirazione anarchica, il Dioniso, disegna, estemporaneamente, un murales in cui raffigura la penisola italiana con un punto interogativo sulla Sardegna. Il gruppo, formato non esclusivamente da sardi, realizzerà qualche altro murales di ispirazione politica. Nel 1975, in occasione del trentennale della resistenza, Francesco del Casino, insegnante, coinvolgerà i suoi alunni nella realizzazione di alcune opere, dando il via alla tradizione orgolese, tuttora viva.

I murales sono realizzati con una tecnica che si rifà allo stile del muralismo sudamericano dei primi del ‘900 e influenzati dal Picasso cubista, il chè rende il paesaggio orgolese pressoché unico. Ma quello che è veramente sorprendente sono i temi trattati, prevalentemente politici, e la capacità, di un remoto paesino della Barbagia, attraverso questa pratica artistica, di entrare in contatto con temi riguardanti i più lontani angoli del mondo. Attraverso la pittura, e con l’intento della testimonianza, vengono raccontate sui muri del paese non solo le lotte e gli avvenimenti locali (Pratobello, le mobilitazioni contro il nucleare, le basi militari…) ma anche quelli di tutto il mondo, fino ai giorni nostri. Si trovano, sui muri di Orgosolo, attestati di solidarietà ai migranti, ai caduti durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, agli abitanti di Gaza, al popolo Iracheno. C’è un murales dedicato a Carlo Giuliani e ce n’è uno che ricorda piazza Tienanmen Ci sono murales che ripercorrono la storia di Gramsci e altri che testimoniano le lotte operaraie, non solo sarde ma anche, ad esempio, torinesi. Orgosolo, poco più di 4000 abitanti, è capace di creare collegamenti con ogni angolo del pianeta e di testimoniarlo sui propri muri.

Altra particolarità riguarda l permessi, regolati fino ad oggi direttamente tra l’artista e il proprietario del muro, benchè si cominci a parlare di una commissione comunale che dovrebbe in futuro valutare quali opere autorizzare in base ad un progetto.

La tradizione si è presto sparsa nelle vicinanze, ad esempio a Ottana (NU), Fonni (NU), Sarule (NU) Urzulei (OG), Gairo (OG) ed è arrivata, in questa parte della regione, fino alle zone costiere di Bari sardo (OG) e della Costa Rei.

A Oliena (NU), pochi chilometri da Orgosolo, si è deciso di riportare sui muri i passi letterari riguardanti il posto. Vi si trovano citazioni da Deledda, D’Annunzio, Levi a sottolineare la caratura che questi luoghi remoti sono in grado di assumere al cospetto dei più alti fenomeni artistici.

Scendendo di un centinaio di kilometri a sud si raggiunge la provincia dell’Ogliastra. Abbandonata la SS389 si arriva nei paesi di Ulassai, Ussassai, Sadali percorrendo una strada panoramica che sale e scende costeggiando altipiani rocciosi, attraversando paesi fantasma ed enormi parchi eolici; sugherete, boschi e poi enormi pianure. Sono territori vastissimi, molto affascinanti e poco abitati, in cui tra un paese e l’altro c’è solo la strada e il paesaggio; e si trovano al confine della base militare del Salto di Quirra, che è il poligono militare più esteso d’Europa. I paesi che si incontrano sono, in linea di massima, tutti in via di spopolamento, eppure rivelano in qualche modo un fervore artistico.

Ulassai (OG) ha dato i natali a Maria Lai, artista contemporanea, che nel 1981 proprio qui realizzò l’opera Legarsi alla montagna: con circa 27 km di nastri e stoffe, e con la collaborazione di tutto il paese, legò materialmente le case dell’intero abitato alla montagna sul quale Ulassai è arrampicato, che lo domina e sorregge. L’artista è oggi ricordata dal museo della Stazione dell’arte (http://www.stazionedellarte.com/) ricavato in una ex stazione ferroviaria.

I paesi che si incontrano da queste parti pare sfidino la forza di gravità da quanto ripidamente le loro case sono incastonate lungo le montagne. A volte, come nei casi di Osini vecchio e Gairo vecchio, vengono abbandonati e rimangono lì, appiccicati lungo una parete, a guardarsi l’uno di fronte all’altro, dai buchi neri delle finestre sfondate, ognuno dal suo lato dello strapiombo.

Passando attraverso Ussassai (OG), un borgo percorso da una strada di tornanti, si possono vedere molti murales ispirati ai personaggi del paese; le persone che abitano qui ne vanno fiere e ti chiamano per raccontartene la storia.

Svalicando ancora due volte si arriva a Sadali (CA) dove l’associazione culturale Look out (http://www.look-out.org/) organizza da quest’anno Murartista, un festival di urban art a cui sono stati chiamati a partecipare artisti contemporanei, come ad esempio il belga Roa. Nella presentazione dell’evento l’associazione parla di “arricchire e abbellire la tela grezza e ferita delle strutture perse della Sardegna attraverso l’arte urbana”. Accanto alle opere portate da questa iniziativa anche altri murales, come ad esempio quelli de Il carbonauta, street artist sardo.

Siamo ancora tra i boschi, nei tornanti, ai limiti di una strada statale. Poco più in là cominciano tornanti, altipiani e pianure aride. Ci sono una gran quantità di paesi in difficoltà demografica, un parco eolico le cui pale sono state posizionate al bordo della strada, e poi Perdasdefogu, da dove si entra nel poligono di Quirra.

FOTO

\\\\\ parte 1 \\\\\

Mamoiada (NU)

Mamoiada (NU)

Fonni (NU)

Fonni (NU)

Fonni (NU)

Fonni (NU)

Fonni (NU)

Fonni (NU)

Sadali (CA)

Sadali (CA)

Sadali (CA)

Sadali (CA)

Sadali (CA)

Sadali (CA)

Sadali (CA)

Sadali (CA)

Sadali (CA)

Sadali (CA)

Ussassai (OG)

Ussassai (OG)

Ussassai (OG)

Ussassai (OG)

Osini (OG)

Osini (OG)

Ulassai (OG)

Ulassai (OG)

\\\\\ parte 2 \\\\\

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

Oliena (NU)

\\\\\ parte 3 \\\\\\

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Orgosolo (NU)

Roma 2015 – centro Baobab a Tiburtina. Emergenza migranti eritrei.

Dogane e Frontiere: di come le merci viaggiano e le persone affogano.

Scrivo queste righe per fare un appello: c’è bisogno di portare solidarietà ai migranti (soprattutto Eritrei) presso il centro Baobab di via Cupa, Roma (pressi stazione Tiburtina). Ci si può recare direttamente sul posto portando vestiti, cibo o medicinali e si troverà sicuramente qualcosa da fare. L’atmosfera è decisamente amichevole nonostante la situazione difficile. Naturalmente è un luogo in cui molte persono vengono per la prima volta a contatto con la nostra realtà, quindi un luogo di conflitto, tuttavia ben gestito e mediato. L’emergenza è rientrata ma c’è ancora da fare. La situazione presso il centro è gestita da volontari, ma, per sapere cosa portare ed essere informati, si possono seguire i profili Facebook di “Nuovo cinema palazzo” o “Libera repubblica di San Lorenzo“.

I ragazzi arrivati sono spesso in condizioni di malnutrizione e scarsa igiene. Hanno tra i 15 e i 25 anni per lo più, ma ci sono anche persone anziane e qualche bambino. Sono riscontrati casi di scabbia, ma comunque non è stato registrato nessun contagio in Italia, viste anche le caratteristiche della malattia, di difficile trasmissione e di facile cura (con una pomata). Sono svariate centinaia più di quelli che il centro potrebbe ospitare. Al Baobab si è allestito un presidio medico, una mensa e un magazzino per fornire vistiti di ricambio.

Riguardo il centro Baobab faccio mie le riflessioni apparse su questo articolo che ne delinea alcune ombre. Tra le luci, dico io, quella di essere l’unico centro autogestito dai migranti, pensato per i transitanti. Tra le luci anche la capacità dimostrata di aprirsi ed accogliere. Tra le ombre mi riallaccio all’articolo per sottolineare come a volte la presenza di questi centri e la loro capacità di accoglienza sia funzionale alla repressione di cui sono oggetto i migranti. Con la sua capacità di far sparire il disagio dalle strade, infatti, esso potrebbe rappresentare una giustificazione all’azione repressiva dello stato là dove nascono forme di aggregazione e resistenza consapevoli. Tra le ombre del centro, ricordiamo anche, l’essere stata la sede della famosa cena di Alemanno con Buzzi e Casamonica, venuta fuori durante l’inchiesta Mafia Capitale; anche se bisogna dire che il centro non risulta indagato. Resterebbe anche da chiarire se il centro prende o meno soldi pubblici per mantenersi.

Il suo direttore, Daniel Zagghay, in una video intervista dice di no. Tale particolare risulta importante per due motivi. Il primo riguarda la gestione dell’emergenza, la possibilità che qualcuno lucri alle spalle dei migranti in tale situazione. Il secondo apre un interrogativo su chi finanzia il centro.

Sul web qualcuno pare ventilare rapporti direttamente col regime eritreo. Qualcun’altro un collegamento con le rotte dei trafficanti di uomini. Per quanto riguarda questi ultimi non c’è molto da dire.

Per quanto riguarda il regime eritreo c’è una video inchiesta di Fabrizio Gatti, chiamata L’amico Isaias che ce ne ricorda alcuni tratti. Si tratta di una finta democrazia in cui il presidente, nominato da un’assemblea con funzione temporanea nel 1993, non ha mai indetto elezioni. Si tratta, cioè di una dittatura, di stampo tra l’altro militare. In Eritrea il servizio militare è obbligatorio, può durare tutta la vita (!) e impone di lavorare gratis per la propria patria. Nel frattempo la restante economia si basa esclusivamente su una scarsa agricoltura perche i ricchi giacimenti sono totalemente sfruttati dalle multinazionali occidentali (con il beneplacito del “presidente”) e nulla di quella ricchezza ricade sulla popolazione. Essenzialmente l’Eritrea si basa sugli aiuti economici di un mondo occidentale la cui colonizzazione non pare essere mai finita (vi ricordate di chi fù colonia l’Eritrea?).

Il regime da cui queste persone scappano, dunque, è possibile grazie al capitalismo. Anzi è necessario al capitalismo. Queste persone vi scappano e vengono a cercare rifugio nei paesi dove il capitalismo è di casa. Accoglierli è nostro dovere, oltre che loro diritto.

Perchè è anche colpa nostra.

 

P.S. Ribadisco che i volontari presenti in questi giorni al centro Baobab sono esterni al Baobab stesso. Sono lì per aiutare i migranti e i transitanti ed operano appoggiandosi alla struttura. Il centro inoltre è, genericamente, autogestito e uno degli scopi della nostra presenza lì deve essere di formare gli “ospiti” che arrivano all’autogestione.

P.P.S. Portate vestiti soprattutto da uomo, taglie piccole, biancheria e scarpe. Portate coperte e lenzuola. Portate medicinali, disinfettanti e pomate antiscabbia. Per la cucina prima chiedete perchè si rischia di accumulare cibo che va a male. Andate direttamente sul posto, da fare c’è e si respira una bella aria.

Qui le foto

Un saluto a Francesco e una conferma

Ieri, 11 marzo, i movimenti hanno reso omaggio a Francesco Lorusso, nel giorno della ricorrenza della sua morte.

Anche a causa della vicinanza temporale con la notifica di “divieto di dimora” riguardante 12 attivisti bolognesi, i collettivi presenti hanno voluto ricordare l’accaduto e ribadire la continuità delle loro istanze col movimento del ’77, al quale si prova, maldestramente, a mettere un cappello conciliante. Erano infatti presenti, alla commemorazione presso la lapide di via Mascarella, figure istituzionali appartenenti alla stessa amministrazione e alla stessa area politica che lo scorso anno,  durante gli avvenimenti del 23 e 27 maggio a piazza Verdi, giustificarono l’intervento della polizia e condannarono l’azione degli studenti. Ma come si può rendere omaggio a Francesco Lorusso, militante di Lotta continua, ucciso con l’intento (riuscito) di spaccare e reprimere un movimento di piazza e contemporaneamente continuare a giustificare l’intervento della polizia quando gli studenti portano in pubblico le loro istanze? Non si può, ecco perchè i movimenti hanno deciso di mettere in chiaro una cosa:

Non c’è nessuna memoria condivisa.

Ciò che appartiene al conflitto, al conflitto resta.

Ho avuto modo di parlare della mia visione dei fatti riguardo le giornate dello scorso maggio, qui. Ed è per questo che voglio cogliere l’occasione per sottolineare l’assoluta tranquillità dello svolgersi del corteo di ieri. Come ho avuto modo di dire la gestione della piazza è stata, lo scorso anno, alla base di tutto ciò che ne è seguito. La lungimirante assenza, ieri, di forze del disordine ha  consentito lo svolgersi di una manifestazione determinata e pacifica.

Azione e reazione: in solidarietà ai 12 militanti con “Divieto di dimora” a Bologna

Non tutti i tempi di reazione sono uguali. Quelli della burocrazia, ad esempio sono lenti ma inesorabili. Stamattina sono stati notificati 12 “Divieti di domora” (fogli di via) ad altrettanti militanti riguardo ai fatti di piazza Verdi del 23 e 27 Maggio 2013, quando gli attivisti hanno resistito attivamente alla polizia a cui era stato dato l’ordine di interrompere un assemblea in corso.

Immediata e puntuale è arrivata invece la nostra reazione di solidarietà con un presidio in prefettura, poi davanti al comune e, infine, con un corteo fino in piazza Verdi. Presenti oggi CUA, ASIA e TPO, i collettivi che hanno tra le loro fila compagni coinvolti.

Azione e reazione.

Il 23 Maggio 2013 la polizia cerca di interrompere un’assemblea indetta da CUA a cui partecipavano lavoratori e lavoratrici della ditta di pulizia Sodexo di Pisa, i quali rischiavano in quel periodo un licenziamento collettivo. La polizia interviene, l’assemblea si sposta e prende piazza Verdi, la polizia interviene di nuovo e fa arretrare i ragazzi, di nuovo, dove avevano iniziato: in via Zamboni, davanti la facoltà di Lettere. Motivazione ufficiale: assemblea non autorizzata. Tralasciando il sacrosanto diritto a portare in piazza problamatiche di questo tipo, anche analizzano la questione solo dal punto di vista dell’ordine pubblico, non ci vuole molto a capire quanto sia stata avventata l’azione della questura di Bologna che ha trasformato una semplice assemblea pubblica in questo:

Il 27 Maggio c’è stato il secondo round della contesa, la reazione, appunto. All’assemblea convocata 4 giorni dopo polizia e carabinieri in antisommossa cercano subito di impedire agli studenti l’ingresso in piazza. Motivazione: non devono usare amplificazione. Senza capire bene come si faccia a fare un assemblea all’aperto senza amplificazione gli studenti cercano, ancora una volta, di prendersi i propri spazi. E ancora una volta, quella che doveva essere un’assemblea, grazie ad una gestione della piazza disarmante, finisce così:

La reazione dello stato, anzichè essere immediata come quella quella dei colletivi, si è fatta attendere, ed è arrivata stamattina. 12 fogli di via. Per 12 militanti in collettivi come CUA, ASIA, TPO.

Le mie riflessioni a tutto questo non possono prescindere dal legarsi a quelle che sono le dinamiche che vedo in atto in piazza Verdi da anni. Da che la conosco io, almeno 10 anni. Lo so che il ragionamento che sto per fare potrebbe sembrare fuorviante, ma credo nella relazione e non nell’unicità dei fenomeni.

Un tale sconsiderato uso della polizia in una zona così delicata come piazza Verdi, in cui si incontrano e scontrano ogni giorno emergenze e quotidianità di ogni tipo, è l’unica risposta palese dell’amministrazione cittadina a chi chiede di intervenire su quello spazio, che non è solo spazio fisico, ma anche di relazioni.

Da anni il disagio di piazza Verdi è stato lasciato dilagare. I servizi per i ragazzi in difficoltà si sono diradati perchè il welfare non interessa più ai politici. Il cambiamento della società stessa, degli studenti stessi, nel tempo ha di fatto allargato la distanza tra chi frequenta piazza Verdi per l’Università e chi la frequenta e basta, creando quasi due circuiti separati. La frattura è sembrata ultimamente quasi insanabile, con l’allargarsi delle emergenze, l’imborghesimento degli studenti e la massificazione dei nuovi locali di via Petroni. Periodicamente viene operata una pulizia con intento solamente estetico, (rigorosamente dalle forze militari, non dai servizi sociali) e tutta la gente che dà fastidio alla vista per un po’ scompare, trascorre qualche giorno in carcere o in ospedale sotto regime di TSO (trattamento sanitario obbligatorio) e poi torna, peggio di prima.

La scarsità di proposta culturale delle associazioni del territorio o, forse, il mancato interesse in tal senso del Comune fà si che quella che poteva essere una delle migliori armi per sconfiggere le emergenze della piazza, l’animazione cultrale, sia del tutto latitante, se non random d’estate quando Bologna và già svuotandosi.

In questo senso la politica che non affronta e nasconde i problemi sta preparando a trasformare piazza Verdi in una zona in cui il valore degl’immobili si possa moltiplicare, senza curarsi di risolvere le emergenze presenti, che tanto danno fastidio oggi ai proprietari. Ad esempio senza prendersi cura dei tossicodipendenti nè, tantomeno, attuare percorsi di integrazione per i migranti in maniera da strappare braccia allo spaccio.

E quindi la reazione dei movimenti: riprendiamocela questa benedetta piazza.

Oggi il corteo, nel suo piccolo, a portato in piazza Verdi, dove bivaccavano studenti, un nutrito gruppo di lavoratori stranieri, occupanti di case per necessità, lottatori determinati per i loro diritti, con famiglie e bambini al seguito. Se lo stato, il comune o chi per lui non ci dà la possibilità di vivere la piazza per creare momenti di aggregazione culturale, di incontro o semplicemente per fare un’assemblea, come volevano fare i ragazzi di CUA lo scorso 23 Maggio, noi lo facciamo lo stesso.

Perchè piazza Verdi è anche nostra.

Ma di più: perchè sappiamo che solo vivendo i nostri spazi in pubblico possiamo creare nuove e solidali reti sociali capaci di metterci in collegamento. Studenti, migranti, lavoratori precari, persone in qualche modo emarginate.

Ecco: alla luce di tutto questo risulta ancora più assurdo l’agire della questura in quei giorni di Maggio.